Ultimatum della Fiat al governo: finanzi la mobilità o licenziamo

È scontro con Maroni. A rischio circa 3mila addetti in esubero per i quali l’azienda, appoggiata dai sindacati, chiede uno scivolo di 10 anni

Antonio Signorini

da Roma

Lo Stato deve finanziare la mobilità lunga per i dipendenti Fiat in esubero altrimenti l’azienda sarà costretta far partire già in febbraio i primi licenziamenti. A sottoporre questo scenario al governo sono stati i vertice del gruppo automobilistico nel corso di un incontro con i sindacati dei metalmeccanici, per una volta d’accordo con il management nel considerare l’intervento pubblico come l’unica soluzione alla difficile vertenza che accompagna la ristrutturazione del gruppo automobilistico. È da circa un mese che sindacati e Lingotto stanno facendo, ognuno per vie proprie, pressioni sul governo affinché passi una ricetta: dieci anni di mobilità per accompagnare i lavoratori ultracinquantenni alla pensione, come anticipato giorni fa dal Giornale. Di questi, almeno sei dovrebbero essere a carico dello Stato, con un costo per le casse pubbliche di qualche decina di milioni l’anno. L’obiettivo era quello di far inserire lo stanziamento necessario nella Finanziaria 2006, ma all’incontro di ieri la Fiat ha fatto capire di puntare al cosiddetto decreto milleproroghe che dovrebbe essere approvato il 22 dicembre. Un modo per aggirare la blindatura della manovra imposta dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ma anche una necessità legata al piano industriale.
Il governo ha confermato il «no» alle misure straordinarie che, per quanto pensate soprattutto per il gruppo Fiat, potrebbero alla fine interessare circa 8mila lavoratori anche di altre aziende. Nessuna speranza per la prima soluzione prospettata dal Lingotto, cioè una sospensione della riforma previdenziale per i lavoratori delle aziende in crisi. E anche sulla seconda scelta, il governo ha posto condizioni che assomigliano a un veto. «Si è parlato di allungare la mobilità lunga da 7 a 10 anni. Il problema è chi paga», ha spiegato Maroni. La legge prevede una mobilità di sette anni di cui tre a spese dell’Inps. La Fiat ha chiesto altri tre anni a carico delle casse pubbliche, ma per il governo l’unico modo per allungare la mobilità è che le aziende coprano i costi aggiuntivi, «altrimenti non se ne fa nulla», ha avvertito Maroni. Difficile che si trovino altre soluzioni, anche se il presidente della Fiat e leader di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, non dispera: «Continuo a pensare che cercare soluzioni sia sempre meglio che rifugiarsi in dichiarazioni di principio». All’incontro di ieri i sindacati si sono limitati a prendere atto delle comunicazioni del responsabile relazioni industriali Paolo Rebaudengo. È comunque noto che anche Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm e Fismic-Confsal puntano alla mobilità lunga. La Fismic è stata la sigla che ieri si è più direttamente espressa a favore dell’intervento statale: «Il governo si è assunto il gravissimo onere di provocare migliaia di licenziamenti nel Paese», ha protestato il segretario Roberto Di Maulo, secondo il quale gli esuberi non saranno meno di 3mila. Immediata di Maroni: «È incredibile che un sindacato possa accettare di avere lavoratori privilegiati di serie A, che possono accedere quindi alla pensione con parecchi anni di anticipo, come richiesto dalla Fiat, e lavoratori di serie B». «Noi speriamo che il governo ci ripensi», ha aggiunto Eros Panicali della Uilm. Fuori dal coro Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese e «duro» della Cgil; «Non si possono usare le crisi e i lavoratori per fare sciacallaggio elettorale». A pesare è anche il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. All’incontro di ieri gli uomini-azienda e i sindacalisti ne hanno parlato. Ed entrambe le parti hanno convenuto sul rischio che alla fine non si chiuda nessuna delle due trattative.