Ultimatum di Mastella: "Sul welfare si rischia la crisi di governo"

Il Guardasigilli avverte l’ala radicale: "La sinistra non può essere soltanto di lotta Berlusconi è stato sdoganato da Veltroni e non è più lui il nemico pubblico numero uno"

Roma - Welfare, Afghanistan, riforma elettorale. La maggioranza non sembra andare d’accordo su niente. Ministro Mastella da dove vogliamo iniziare?
«Sulla legge elettorale va detto che non ce ne sarà mai una che soddisfa tutti perché ogni partito ha i suoi interessi. Insomma, è questione difficile da declinare secondo logiche di schieramento. Certo, il resto...».

Il resto?
«Sul welfare siamo al paradosso. Da una parte c’è un referendum fra i sindacati che sottoscrivono un patto con il governo; dall’altra c’è la sinistra radicale, quella più vicina alle organizzazioni sindacali, che manifesta contro di loro. E ora un’indecisione mai vista che rischia di rimettere tutto in discussione. Questa non è un’azione di governo, è qualcosa di surreale...».

Il testo, insomma, non va modificato?
«Gli impegni vanno mantenuti. Altrimenti si prenda atto che non c’è più coabitazione nel governo».

Prc, Pdci e Verdi non la pensano così.
«Il problema è che l’implosione della Cdl ha riacceso la loro voglia di determinare la politica della maggioranza. Si illudono che ormai non c’è più il rischio di elezioni anticipate».

Invece?
«Proprio la decomposizione che c’è dall’una e dall’altra parte può portare allo scioglimento delle Camere. In politica spesso le cose nascono dalla sottovalutazione del dato reale e quando meno te le aspetti. E oggi la situazione è più irrazionale che mai. Ogni giorno ci sono cambiamenti di fronte, a volte anche incomprensibili. Per esempio, Gasparri dice che An è contraria al sistema tedesco. E allora non capisco cosa diamine si siano detti Fini e Casini».

Sul welfare, insomma, si rischia.
«Se la sinistra fa la prova di forza e non accetta il voto di fiducia, si rischia molto».

Anche sull’Afghanistan la sinistra radicale ha posizioni non in linea.
«Il disappunto per quel che è successo è grande. Però è giusto che l’Italia stia in Afghanistan e mantenga i suoi impegni internazionali. È incredibile che in maniera pretestuosa e con il solito pacifismo esasperato si inizi di nuovo a riproporre la cantilena dell’andiamo via. Credo che per la sinistra sia arrivato il momento delle decisioni».

Cioè?
«Sul welfare, il Prc deve scegliere se essere un partito di sinistra europeo di governo oppure inseguire il movimentismo di cui ha beneficiato fino a oggi. Così, sull’Afghanistan Pdci e Verdi. Perché non si può continuare a inseguire il miraggio del momento senza avere alcuna prospettiva. E sono decisioni che sono sempre più imminenti perché il quadro politico è cambiato».

Si riferisce al Cavaliere?
«Comunque vada a finire la partita del faccia a faccia con Veltroni, è stato definitivamente sdoganato».

Non mi dirà che condivide la svolta di Berlusconi?
«Ha giocato una partita rispetto ai suoi feudatari e l’ha vinta. D’altra parte, l’articolo di Fini sul Corriere era un coccodrillo per la morte politica del Cavaliere. Che è stato abile a dimostrare di essere il leader unico, al punto che il congresso l’ha fatto a San Babila. Il punto, però, è che in altre circostanze l’inimicizia politica verso Berlusconi era così forte nel centrosinistra da prevalere su tutto. Mentre con l’incontro tra Berlusconi e Veltroni quello che fino a ieri era il nemico pubblico numero uno non c’è più. E questo tarpa le ali alla sinistra radicale nel suo essere in modo permanente di lotta e di mezzo governo. È un gioco che non si può più fare perché è finita un’epoca e si è aperta un’altra fase».

Che porterà dove?
«Credo che serva un nuovo patto costituzionale che riscriva anche le regole elettorali, una formula simile all’intesa Moro-Berlinguer. Anche oggi, infatti, bisogna determinare le condizioni per l’alternanza tra un blocco e l’altro. E lo si può fare solo con una fase straordinaria in cui le forze antagoniste si mettono insieme».

Lasciando in piedi questo governo?
«Per l’ordinaria amministrazione».

Sulla quale, però, naviga sempre a vista.
«Prodi si muove sulla scia del passato. E finché vive tra il già e il non ancora è ovvio che abbia difficoltà».

Insomma, prima le riforme e poi il voto.
«Sì, ma tutte le riforme (dal premier forte al sistema monocamerale) e non solo la legge elettorale che è diventata una priorità perché c’è il referendum. Se Veltroni e Berlusconi si siedono a parlare solo di questo, per fregare gli alleati riottosi, fanno una grande sciocchezza politica. E perdono l’occasione di portare a termine un disegno storico, una riscrittura complessiva delle regole del gioco democratico».