Ultimatum scaduto, Israele col fiato sospeso

Anche Hamas si appella ai sequestratori. E Peretz avverte la Siria: «Quello che sta succedendo è anche colpa vostra»

Gian Micalessin

A quest’ora il caporale Gilad Shalit potrebbe essere già morto. L’ultimatum per lo scambio d’ostaggi è scaduto alle cinque italiane di stamane. Israele non ha ceduto e il destino del suo caporale dalla faccia da bambino è ora sospeso a un filo sottile. Un filo sospeso alla buona volontà di decine di negoziatori segreti. Un filo che da Gaza si dipana dal Cairo all’Arabia Saudita, da Washington a Mosca. E dalla capitale russa dove era ieri era in missione il ministro degli Esteri israeliano signora Tzipi Livni e dove il presidente palestinese Abu Mazen ha incontrato il presidente Vladimir Putin è partito un appello per la liberazione del caporale diretto anche a Damasco.
Intanto a Gaza e dintorni i negoziatori premono sulle Brigate Ezzedin Qassam, l’ala militare di Hamas, e sugli altri gruppi per convincerli a dilazionare l’ultimatum diffuso ieri. Hamas compresa che ha lanciato un appello ai rapitori perché risparmino la vita al soldato. Invano: «Di fronte al persistere dell’offensiva militare e dell’aggressione del nemico sionista concediamo come termine ultimo le sei (le cinque italiane) di martedì quattro giugno. Se a quell’ora il nemico non avrà soddisfatto tutte le richieste esposte nel comunicato precedente considereremo la questione chiusa» avvisa il comunicato numero tre firmato da Brigate Ezzedin Al Qassam, Comitati popolari di resistenza e Gruppo islamico. Il lato incoraggiante per qualche osservatore è la perentorietà del termine e delle condizioni, ma non delle conseguenze. Quel «considerare la questione chiusa» può anche non preludere a un’immediata eliminazione dell’ostaggio e lasciar spazio per un rinvio dei termini o per una soluzione alternativa. Anche perché uccidere Gilas Shalit significa aprire le porte a una devastante rappresaglia israeliana capace di estendersi da Gaza fino a Damasco. «Non condurremo alcun negoziato per il rilascio dei prigionieri, non cederemo ai ricatti delle organizzazioni terroristiche che controllano l’Autorità palestinese e il governo di Hamas» si è limitato ad avvertire il premier israeliano Ehud Olmert.
A tratteggiare orizzonti e potenzialità della vendetta israeliana ci pensano i suoi ministri. «Se Dio non voglia dovessero far del male a quel soldato le nostre operazioni diventeranno molto peggiori» ha avvertito il ministro della Giustizia Ham Ramon alludendo al ritmo contenuto con cui si sono finora mossi i cinquemila soldati entrati nel sud della Striscia. Il ministro della Difesa Amir Peretz minaccia invece la Siria e il suo presidente. «Suggerisco a Bashar Assad di aprir gli occhi e guardarsi attorno perché anche lui è responsabile di quanto sta succedendo e noi sappiamo come raggiungere chiunque» ha detto Peretz facendo capire d’esser pronto a colpire anche Damasco.
L’ipotesi di una trattativa avviata all’ultimo minuto per rimandare l’ultimatum è, comunque, una possibilità che neppure il capo di Stato maggiore israeliano generale Dan Haalutz esclude esplicitamente. «I vertici politici e militari considereranno tutti gli scenari possibili, raggiungeranno una conclusione, agiranno in base a quella» ha detto Halutz lasciando la casa dei genitori dell’ostaggio. Secondo voci provenienti da ambienti militari israeliani l’esercito ha già pronta una lista di prigionieri «senza sangue sulle mani» da offrire in cambio del suo caporale. Le stesse voci avvertono però che nessun accordo è in vista e ricordano che il negoziato potrebbe durare settimane o mesi.
Le truppe israeliane ammassate a nord della Striscia sono penetrate all’alba di ieri all’interno dei territori palestinesi uccidendo, nel corso dell’avanzata, due militanti di Hamas armati di lanciarazzi anticarro. L’intrusione, condotta da una colonna di tank, si è arrestata poco oltre il confine e punta secondo l’esercito israeliano alla ricerca di tunnel sotterranei e depositi di missili Qassam. Nella notte di domenica sono continuati i raid aerei intorno a Gaza nel corso dei quali è stato colpito un edificio utilizzato come base della Brigate Martiri di Al Aqsa.