Le ultime due settimane di vita di Pasolini. In fotografia

«Tutti gli anni si parla di Pasolini e immancabilmente spunta fuori la tesi del complotto politico». Lo scrive così, nero su bianco, il fotografo Dino Pedriali nell’introduzione al suo libro-reportage Pier Paolo Pasolini (Johan&Levi editore, pagg. 120, euro 38 euro, in uscita il 17 marzo). Pedriali fu amico di PPP «per due settimane», spiega. Ma non due settimane qualsiasi, quelle di ottobre del 1975 che precedettero di poco la notte tra l’1 e il 2 novembre quando il poeta fu trovato morto sul litorale di Ostia. Un delitto con molti lati oscuri, con testimoni e supertestimoni che dicono, ritrattano e poi dicono ancora (specie davanti alle telecamere). Con indagini riaperte a maggio del 2010 dalla procura di Roma. Con politici e studiosi che ciclicamente rilanciano la tesi del delitto premeditato, anzi del complotto, come ancora sull’ultimo numero dell’Espresso sostengono diffusamente Gianni Borgna e Walter Veltroni.
Niente di nuovo per Pedriali, che il 2 di novembre di 35 anni fa si è trovato per le mani un patrimonio fotografico che faceva gola a molti: era il suo infatti l'obbiettivo scelto da Pasolini per immortalare, in una sorta di reportage poetico, la propria quotidianità senza sapere che sarebbe diventata l’ultima. Il lavoro con Pedriali, nelle intenzioni di Pasolini, avrebbe dovuto durare molto più di due settimane e sarebbe servito a illustrare in maniera definitiva il romanzo cui stava lavorando, poi pubblicato postumo: Petrolio. Pedriali, che in quelle due settimane seguì come un’ombra Pasolini tra la casa di Sabaudia e quella di Chia dove il poeta, talvolta nudo, scriveva, leggeva, disegnava, passeggiava, guardava pensoso ma deciso fuori dalla finestra chi lo stava inquadrando: 78 foto di quotidianità ordinaria e per questo straordinaria che Pasolini non fece in tempo a vedere, ma che ingolosirono l’allora sindaco di Roma Giulio Carlo Argan tanto da organizzare una mostra a pochi mesi dalla morte dell’intellettuale. Alcuni scatti furono pubblicati come documento: «i giornali se ne appropriarono invocando il diritto di cronaca» - racconta Pedriali - ma non è così». Il fotografo invoca invece il diritto alla verità: raccoglie il suo lavoro, lo custodisce gelosamente e solo ora decide di pubblicarlo in un volume che racconta meglio di molte parole (e dietrologie) gli ultimi giorni di PPP. «Ero l’unico che aveva il corpo del poeta intatto - commenta beffardo -. La cultura si è nutrita almeno del suo pensiero?». Pasolini, spiega Pedriali, voleva essere presente in Petrolio con tutto se stesso, con il corpo e con la mente: sapeva che stava giocando la sua partita più difficile. Non una partita politica, ma un’avventura prima di tutto poetica.
Oggi queste foto appaiono documenti fondamentali per capire Pasolini almeno quanto la riapertura delle indagini sulla sua morte: perché se è vero che bisogna fugare qualsiasi dubbio su ciò che accadde quella notte sul Lido di Ostia, non dobbiamo dimenticare di quelle due settimane di ottobre, quando il Pasolini poeta e scrittore interpretava se stesso, e con questo ci richiamava a una lettura senza manipolazioni, senza fraintendimenti, senza orpelli ideologici, senza veli della sua opera.