Ultime notizie: Roma non è la città dei sogni

Gualtiero Vecellio

Roma e i romani, assicura il sindaco Veltroni (a proposito: auguri!), hanno ritrovato il loro orgoglio. Non si può che esserne compiaciuti. L’avevamo perso questo orgoglio? E quando? Nelle passate «sindacature», la prima dello stesso Veltroni, le precedenti di Francesco Rutelli? Ma non bisogna formalizzarsi, son frasi che si dicono. Quello che conta sono le idee, sono i progetti, le proposte. I «trenta punti per dare a Roma di più», per esempio. Alzi la mano chi può essere contrario alla «riduzione dell’aliquota Ici e a maggiori agevolazioni», alla costruzione di «ventimila nuovi alloggi sociali», a un «maggiore trasporto pubblico nelle periferie», a un «piano straordinario di manutenzione stradale», a «un 20 per cento di ore in più di pulizia delle strade», alla «eliminazione delle barriere architettoniche» e via elencando.
Certo, alcuni punti sembrano, così come sono enunciati, un po’ vaghi. Per esempio: «piano per il risparmio energetico». In che cosa consisterà? E «aprire cantieri di innovazione»? E «strategia e sostegno delle imprese»? E «più cooperazione con i Paesi in via di sviluppo»? E se i punti - trenta - sono tali per «dare a Roma di più», perché questo di più viene promesso solo ora? Certo, si conosce la risposta: «Non è un libro dei sogni ma la prosecuzione di un lavoro iniziato, che si basa su molte decisioni già prese». Anime candide, si viene colpiti da piccole cose. «Verrà raddoppiato il costo dei permessi di accesso per le auto blu nella Ztl, e in piazza di Spagna, che è pedonale, i vigili multeranno i ministri come tutti gli altri», è la promessa. Ah, perché finora non era così? E perché questa tolleranza ministeriale?
Comunque sia, cittadini di questa Roma così bella e così martoriata, a leggere gli elenchi di promesse che non sono solo promesse, programmi che sono la continuazione di progetti e progetti che sono il prosieguo di programmi, si viene tentati da un’idea folle, corroborata da una constatazione piuttosto prosaica: quella di aver notato che le strade del quartiere dove ci accade di vivere beneficiano di un supplemento di pulizia: invece che ogni quattro anni, non sarebbe il caso di farle ogni anno, le elezioni?
Il piacere di non imbattersi in cassonetti lerci e stracolmi di immondizie non raccolte, dura però poco. Da cittadini coscienziosi che accolgono l’invito a utilizzare i mezzi pubblici, aspettiamo l’autobus per un tempo variabile dalla mezz'ora a tre quarti d’ora; «viaggio» rigorosamente in piedi, e in compagnia di folla eterogenea e disincantata, tra automobili lasciate impunemente parcheggiate in ogni ordine di fila; buche che sembrano canyon dell’Arizona; e totale indifferenza per quella che è stata definita dallo scrittore Andrea Camilleri la «legge del motorino», e che può essere considerata una vera e propria metafora della città in cui siamo costretti a vivere: «Motorini che passano col rosso, che sorpassano quando non dovrebbero, che salgono sui marciapiedi, che corrono contromano sotto gli occhi indifferenti degli addetti al traffico».
È un sogno sperare che questa «legge» venga abrogata, e che chi si candida a guidare Roma per i prossimi anni, ne faccia uno dei suoi punti di programma? Ai candidati (e a chi sarà sindaco) ci si permette poi di dare un consiglio che forse potrà dare qualche frutto concreto: incaricare qualcuno dei loro addetti stampa di leggere con cura e raccogliere le lettere che i cittadini mandano ai giornali romani; ne ricaveranno dossier utili e preziosi per comprendere problemi, urgenze, umori di chi amministrano. Poi, certo: si inaugurino mostre, si partecipi a tavole rotonde, si promuovano dibattiti e iniziative cultural-mondane, si faccia tutto quello che già si fa e anche di più per dotare Roma di quella «curtura» che è il pane dell’anima e che una grande città sente di dover dare ai suoi cittadini. Ma almeno nei giorni pari (o dispari) ci si occupi di autobus, buche sulle strade, parcheggi selvaggi, cacche di cani, e come non far uscire scemi i romani ogni volta che si trovano a dover avere a che fare con gli uffici dell’amministrazione capitolina...
Rubiamo le parole a Primo Mastrantoni, presidente dell’Aduc: «Questo tentativo di far sembrare la capitale come il paese delle meraviglie appare piuttosto ridicolo, e, se possiamo, ci permettiamo un consiglio ai candidati sindaci: sarebbe opportuno non cadere nella trappola».
Sommessamente: meglio non si poteva dire.