Le ultime parole di Saif: «Sparatemi subito alla testa»

«Saif ci ha colpito per la calma e il coraggio. Non è vero che abbia offerto soldi per lasciarlo andare. Dopo aver capito da dove venivamo ci ha detto sparatemi subito in testa, oppure portatemi a Zintan». Parola di Al Ajmi al Etri, il capo del commando che ha catturato Saif al Islam sabato poco dopo mezzanotte.
Il film del suo arresto inizia nel triangolo di sabbia fra Libia, Ciad e Algeria. Dopo il linciaggio del padre a Sirte punta a sud con l’intenzione di trovare un rifugio sicuro nel confinante Niger. Per farlo ha bisogno di una guida che gli faccia evitare i posti di blocco e di confine controllati dai ribelli oramai al potere. Gira con soli 5 uomini di scorta, in due fuoristrada con il volto coperto da un turbante tuareg. I suoi contattano Al Nadi Ali al Madi convinti che sia fidato. Invece la guida del deserto è in contatto con i miliziani anti Gheddafi. In molti cercavano Saif nella Libia meridionale, ma sembra che il doppiogiochista avvisi semplicemente il drappello più vicino. Un gruppo di Zintan che fa la guardia ad un campo petrolifero della zona.
In realtà nessuno sa che l’uomo in fuga è il figlio di Gheddafi. Si pensa a un pezzo grosso del defunto regime, ma non al delfino designato. Venerdì notte gli ex guerriglieri si appostano nel deserto preparando l’imboscata nel punto in cui deve passare il mini convoglio in fuga. Verso le due di notte arrivano puntualmente i due fuori strada. Basta sparare in aria e i mezzi si fermano. La scorta, armata solo di armi leggere e qualche granata, non risponde al fuoco. Saif è sul secondo veicolo ed esce mezzo camuffato. «Mi chiamo Abdul Salem sono un pastore di cammelli» dice all’inizio, come racconta uno degli uomini dell’imboscata, Ahmed Amuri. Poi chiede ai miliziani che lo circondano da dove vengono. A quel punto ammette di essere il figlio di Gheddafi e fa due richieste: «O mi sparate subito in testa o garantite di portarmi a Zintan». Probabilmente il secondogenito del colonnello ha temuto di venir linciato, come il padre, se trasferito in luoghi come Misurata, la città che ha subìto un sanguinoso assedio durante la rivolta. I suoi carcerieri sottolineano: «Ci ha sorpreso per la calma e il coraggio».
Le prime fotografie scattate alle due di notte lo mostrano con il viso sporco di sabbia, senza i suoi occhialini, a piedi scalzi, mentre viene fatto salire su un fuoristrada bianco. Due ore dopo altre immagini scattate in una casa sicura di Obari, il centro abitato più vicino, lo mostrano in caffetano chiaro, capo chino, in mezzo agli uomini armati che lo hanno catturato. Dal polso sinistro penzolano un paio di manette. A quello destro mancano alcune falangi di tre dita, ben fasciate. Lo stesso Saif spiega che è stato ferito durante i bombardamenti della Nato a Bani Walid, la roccaforte lealista del nord caduta il 17 ottobre. Uno dei miliziani al fianco del prigioniero eccellente ha in mano un telefono satellitare grigio e forse qualche cellulare. Probabilmente erano di Saif e sono stati utili per lanciare la rete su altri latitanti di spicco. Non a caso ieri è stata annunciato l’arresto di Abdullah al Senussi, cognato ed ex capo dei servizi segreti del colonnello.
Quando sorge il sole di sabato il prigioniero viene rivestito da tuareg e prelevato da un aereo che lo porta a Zintan. Saif guarda spesso fuori dal finestrino, si preoccupa per l’incolumità dei suoi uomini ed è infastidito dai carcerieri che fumano: «Qui si soffoca». A terra lo attende una folla inferocita e teme il linciaggio: «Se esco mi scaricano addosso i fucili». Per questo lo infilano in un blindato portandolo in un luogo segreto, dove oggi sono cominciati gli interrogatori. Il ministro della Giustizia, Mohammed al Allagui, giura che «possiamo garantirgli un processo equo». Tutti in Libia si aspettano che venga condannato a morte.
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