Ultimo invito a cena

Da oggi a Palazzo Reale il regista inglese firma la sua rivisitazione dell’opera di Leonardo

Greenaway come Derrida, il padre del decostruttivismo. Scompone l’opera nei suoi elementi per ricomporla, arricchendola di significati nuovi. Lo sguardo del regista inglese è capace di vedere dove gli altri non vedono, o non hanno visto, di creare profondità dove non ci sono, di far emergere ciò che solitamente è sotteso, di trafiggere il buio con la luce, rendere l’immobilità dinamica. Un nuovo sguardo, una nuova visione, un nuovo Leonardo quello che Peter Greenaway ci regala con la sua performance luminosa allestita nello splendido scenario della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Anzi nel refettorio di Santa Maria delle Grazie ricostruito nella Sala delle Cariatidi, appunto.
Il sole entra dalle finestre del refettorio-clone e illumina la copia dell’«Ultima Cena» facendo emergere particolari nascosti, regalando tridimensionalità inaspettata all’affresco. I tredici apostoli «si staccano» dalla parete, se così si può dire, per sedersi metaforicamente a tavola, un desco bianco apparecchiato con tanto di avanzi nei piatto, per tornare infine sul muro. Una tavola che funge da medium tra le due proiezioni, una di fronte all’altra, che dialogano tra loro. Da un lato il clone dell’«Ultima Cena» riprodotta nelle dimensioni reali e con altissima definizione, mentre l’Istituto Centrale per il Restauro di Roma ha fornito la scansione in 3D della Sala del Refettorio, dall’altro i particolari visti sempre più nel dettaglio, fino ad arrivare, zoomata dopo zoomata, dentro l’affresco: ai frammenti di pittura, alle particelle di colore.
Grazie alla luce, che illumina di volta in volta particolari diversi, la cena si anima e diventa storia, dal momento in cui Gesù si commuove: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse». All’improvviso le mani degli Apostoli si illuminano una dopo all’altra, guidando il nostro sguardo fino a lui, Giuda Escariota. Il sangue inonda la tavola - «il mio sangue sarà offerto in sacrificio per voi» -: la Passione. Poi la luce divina. Gesù risplende di luce propria, è risorto.
«Il mio - spiega Peter Greenaway - è un tentativo di far dialogare mille anni di tradizione pittorica occidentale con 112 anni di cinema. Se Leonardo fosse vivo, sono convinto che farebbe il regista e si interesserebbe senz’altro a tutte queste tecniche avanzatissime che uso. Perché era uno sperimentatore». Greenaway, già autore di una simile impresa sul dipinto La Ronda di notte di Rembrandt a Amsterdam, confessa di non volersi fermare qui: «La mia grande ambizione - dice - è fare un lavoro con il Giudizio Universale di Michelangelo in Vaticano».
Il capolavoro di Greenaway, a cura di Franco Laera e progettato da Change Performing Arts (catalogo Charta) e finanziato da Cosmit, sarà visibile da oggi al 4 maggio (tutti i giorni, dalle 20 alle 23, ogni 20 minuti, 5 euro, 0254916), anche se il vulcanico assessore alla cultura Vittorio Sgarbi ha già annunciato l’intenzione di ospitare l’installazione fino all’estate.