Ultimo saluto a Funari: i girasoli sulla bara e le note di Bob Dylan

Celebrati nella chiesa di
San Marco a Milano i funerali del presentatore morto
sabato scorso all’ospedale San Raffaele dopo una lunga malattia. In chiesa gente comune e volti noti dello
spettacolo. La moglie: spirito libero, sei tu il vero epurato della televisione

Milano - C’era la "ggente", quella comune, quella che Gianfranco Funari aveva illuminato 20 anni fa con le telecamere e che ormai non vuole più tornare nell’ ombra. C’era l’Italia dei talk show, oggi a Milano, ai suoi funerali. C’era il popolo semplice e un pò tiranno della tv, quello che lo amava ricambiato e che non lo ha mollato mai, nella gioia e nel dolore dell’altalenante fama televisiva. E c’erano i girasoli sulla bara e, sopra, il suo cappello Borsalino, quello che dava al canuto Funari un’aria da guascone e che oggi, su quel piccolo campo di fiori gialli, sembrava il copricapo perso da un contadino.

La rusticità di Funari, la sua intelligenza romana e insieme padana, la sua popolarità e il suo populismo, la sua sincerità sbraitata: c’era tutto questo, nella chiesa di San Marco, e non c’era la politica, mancava il sussiego delle autorità e del cordoglio ufficiale. Due soli i parlamentari che i giornalisti sono riusciti a segnare sui taccuini: Giorgio Iannone del Pdl, che ha letto la parabola dei talenti, e Marco Ferrando, segretario del Pcl, tra la folla.

Pochi anche i personaggi televisivi: Piero Chiambretti, Cristiano Malgioglio, Enrico Lucci delle Iene, Claudio Cecchetto, Carlo Freccero, il produttore Marco Falorni, il fondatore di Odeon Tv, Raimondo Lagostena, Silvana Giacobini. E poi una serie di ex personaggi, famosi magari per poco, che sembravano convocati per questo rito dell’Italia comune che ogni tanto si fa Stato, tv, spettacolo: Pino Babbini, per esempio, che fu noto come l’autista di Bossi quando era il Senatur, e Antonio Guidi, che anche a Funari deve la poltrona di ministro: «nel ’93 - raccontava oggi - ero ospite fisso della sua trasmissione. Alla fine la gente mi considerava quasi un difensore civico. Volevo fondare con Gianfranco il partito dei disabili, ma lui mi disse 'Antonio, dobbiamo creare sensibilità in tutti i partiti e tu devi fare il ministro'. Sei mesi dopo lo ero. La paura dei politici, che oggi qui non sono venuti, è il suo grande successo».

La chiesa si riempie con le note di Bob Dylan, dolci e dubbiose, si svuota con la musica di 'A muso duro' di Gianfranco Bertoli. Tra l’una e l’altra, la cerimonia dei semplici, della donna che, sul libro delle partecipazioni, ha scritto «sono stata una sua collaboratrice domestica e non la dimenticherò mai», dell’uomo qualunque che fa la comunione e poi piange sul feretro dicendo «come te non ci sarà nessuno», di quelli che salgono sulle panche per applaudire, delle telecamere e dei fotografi che nessuno respinge perchè qui non c’è finta riservatezza, questa è verità, quella che piaceva a Funari.

Gente che non lo conosceva ma credeva di conoscerlo. E gente che lo conosceva bene e lo amava, soprattutto Morena Zapparoli, terza moglie di Funari, più giovane di lui di 35 anni, una bella signora che se lo è preso quando non era più sulla breccia e se lo è tenuto stretto nella lunga malattia. Gli ha scritto una lettera e l’ha letta a tutti, per spiegare quanto è fiera di lui, della sua vita d’azzardo, della sua libertà di pensiero: «hai incarnato quello che dovrebbe essere il giornalismo, per la gente e senza compromessi con il potere». Un potere che non si è fidato di lui e lo ha respinto: «Sei tu - dice Morena - il vero epurato della televisione». Anche in queste ore «ci sono degli sciacalli, ma noi ti proteggeremo» aggiunge la moglie. «Hai spiegato la politica alla gente comune, che ti ha amato e non ti ha abbandonato». Nella bara lui ha voluto, e ci sono, le fiches, un telecomando, e le dannate sigarette, quelle che lui si era pentito di aver tanto fumato. «Ragazzi non fumate», aveva detto in un appello ai giovani, e la moglie lo sottolinea, dicendo che era pieno di difetti, ma libero. «Per questo ti amo» dice Morena. La folla piange e applaude, poi l’abbraccia. Partono le note di Bertoli, la bara esce per finire il suo percorso al cimitero monumentale di Milano.