Ultimo scandalo della Cgil Ecco le trattenute truffa ai danni dei pensionati

Sotto inchiesta lo Spi di Piacenza per centinaia di tessere attribuite all'insaputa degli anziani. E il caso esplode perché tra le vittime c'è anche la madre di un giudice. E <strong><a href="/interni/_faida_vertici_dellorganizzazione/26-05-2010/articolo-id=448115-page=0-comments=1">Rizzuto rivela: &quot;C'è una faida ai vertici&quot;</a></strong>

Piacenza - C’è qualcosa di peggio che portar via le caramelle a un bambino? Certo che c’è. Ed è rubare nelle misere tasche dei pensionati. Eppure è proprio quello che succede e che pare peraltro stia succedendo già da un po’ di tempo a Piacenza. Un alleggerimento omeopatico condotto nell’ombra, con precisione scientifica nel metodo ed esponenziale progressione numerica per il numero delle vittime coinvolte. Colpevole di tale bassezza non è però, cone si potrebbe pensare, una banda di malviventi senza scrupoli, infilatisi con destrezza nei software dell’Inps. Né qualche bieco e avido capitalista di genere caricaturale (ma ne esisteranno ancora?), in tuba e marsina nera, alla Bertolt Brecht.

Ad aver alleggerito i già peraltro esangui assegni mensili di almeno 150 vecchietti piacentini (ma pare che con i casi sospetti attualmente al vaglio degli inquirenti la lista sia già lievitata a quota 800) è nientemeno che la Cgil, il sindacato rosso. Passato così dall’antico e generoso slogan «proletari di tutto il mondo unitevi» al ben più innovativo e redditizio «furbetti del sindacato organizzatevi». Il trucco? Iscrivere i nonnetti allo Spi, il raggruppamento Cgil dei pensionati, trattenendone un prelievo mensile direttamente alla fonte. Ma ovviamente, a loro insaputa.

A rivelare a livello nazionale quello che si fa fatica a definire semplicemente come uno «scandalo» - di fronte a un fatto così, lo Zingarelli rivela quasi la sua impotenza - è nel suo numero odierno il quotidiano economico finanziario Italia Oggi, diretto da Pierluigi Magnaschi. Che anziché ricorrere al dizionario, ha giustamente scelto di andare a trovare i termini giusti nel nostro Codice penale. Ovvero: «falso e truffa».

Termini che del resto corrispondono paro paro alle ipotesi di reato che sono attualmente in corso di accertamento da parte della Procura della Repubblica di Piacenza nella persona del gip Gianandrea Bussi. Un nome relativamente nuovo in questa pratica, il suo, in conseguenza di un episodio connesso con le indagini in corso. Episodio che se non si dovesse tener rispettosamente conto della gravità dei fatti e dei comportamenti finiti sotto osservazione, potrebbe quasi indurre a sorridere.

Tra i tanti pensionati che i vertici piacentini dello Spi (o meglio, quella parte di loro che ha effettivamente malversato) avevano iscritto a loro insaputa nelle file della organizzazione facente parte della Cgil, era infatti finita anche la madre del giudice per le indagini preliminari Giuseppe Bersani, il magistrato al quale era stato affidato in un primo tempo l’incartamento. La denuncia della signora, che ha scoperto di essere stata iscritta ai pensionati Cgil addirittura dal 1998 - «Quella firma sul modulo di iscrizione non è mia», ha detto indignata ai carabinieri - ha provocato di conseguenza le immediate dimissioni del figlio dall’incarico per evidente incompatibilità.
A Piacenza raccontano che al primo circolare della voce della malefatta - circolata inizialmente sotto i portici cittadini e rimbalzata poi con evidenza e con «tutti i particolari in Cronaca» sulla stampa locale - la Cgil abbia tentato un salvataggio in corner. Peraltro penoso. Una giustificazione talmente abborracciata che al suo confronto il proverbiale arrampicarsi sugli specchi sarebbe risultato un esercizio facile facile. «Trattandosi di pochi casi di iscrizione forzosa, ovvero con in calce una firma falsa - si erano infatti difesi più o meno in questi termini i vertici dello Spi - si può parlare di errori materiali». Quindi, a loro autoassolutorio avviso, facilmente perdonabili così come quando rimediabili.

Nemmeno a parlarne. Mal gliene è incolto, infatti. Perché a mano a mano che i carabinieri hanno iniziato a rivolgere le loro occhiute attenzioni in quelle carte quanto mai false, la lista delle vittime di questi padanissimi Dracula sindacali è salita di colpo a un centinaio di unità. Costringendo il sindacato «madre», la Cgil, a decapitare in tutta fretta i vertici piacentini dello Spi. Se non altro nel tentativo di salvare quel che restava della faccia. La sua, almeno.

Di conseguenza, al fine di evitare che la figuraccia locale potesse dilagare come un contagio anche a livello nazionale, la segreteria centrale di Roma ha spedito a Piacenza un proprio commissario con l’incarico di fare luce. Nonchè, si spera a questo punto, soprattutto piazza pulita.