Ultimo segnale

Il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, è stato interdetto dalla magistratura. La Borsa, saputa la notizia, ha avuto prima una reazione immediata al ribasso poi, fatti due conti, è scattata al rialzo. Segno che l’istituto romano gode presso la comunità finanziaria di un consenso che neppure la sospensione del suo presidente può vanificare. Ma segno anche di qualcosaltro: a questo punto, Capitalia è più vulnerabile. Poco o tanto lo si vedrà nelle prossime settimane. Ma è difficile non pensare che, sopratutto all’estero, il provvedimento dei pm parmense sia stato da qualcuno letto come il segnale che la banca romana possa essere diventare un’altra, appetibile preda. Magari neanche tanto difficile, visto appunto il trattamento riservato al suo presidente. Giusti o sbagliati che siano questi ragionamenti, resta fatto che il nostro sistema bancario è a forte rischio di clonizzazione. Anzi, da ieri lo è un po’ di più.
La Bnl se la sono presa i francesi; in Banca Intesa, il Crédit Agricole è in una posizione di dichiarata forza; nel SanPaolo ci sono gli spagnoli del Santander; Antonveneta se la sono presa quelli dell’AbnAmro che sono anche presenti in Capitalia. L’unica banca italiana che gioca il ruolo da attaccante è Unicredit che prima è sbarcata in Germania e poi in Polonia. Con una differenza: è lui a comprare e non ad essere comprato.
Sappiamo già il tenore dei commenti che si divideranno esattamente in due: da una parte quelli che diranno che è il mercato e che non ci si può fare un bel niente se non controllare la legittimità di opa e acqusizioni; dall’altra parte ci sarà il coro greco dei difensori dell’italianità. La domanda è semplice: c’è spazio per un altro tipo di ragionamento?
Partiamo da lontano. Il sistema italiano del credito ci ricorda la situazione di quei bambini, poi adolescenti, cagionevoli di salute non perché sono nati così, ma perché tali li ha resi le nefaste premure della madre. Tenuti al riparo oggi, tenuti al riparo domani, al primo spiffero hanno preso la broncopolmonite. Per salvarli dal raffreddore li hanno resi vulnerabili. Da noi è successa praticamente la stessa cosa: per decenni il nostro sistema è stato chiuso, bardato, con tutte le finestre serrate. Un po’ in tutti i campi dell’economia e della finanza. Si è lavorato più per proteggere il sistema che non per farlo sviluppare. Appena si sono aperte le finestre, molti si sono ammalati, altri sono diventati facili prede. Basti pensare all’elettronica, al settore automobilistico e, da ultimo, al settore del credito.
Si deve stare fermi? Probabilmente qualcosa si può fare. Ma non è qualcosa che si possa tradurre in una legge o in un decreto. È qualcosa che appartiene alla cultura economica di un Paese che, senza il bisogno di chiusure protezionistiche, sa difendere, incentivare e anche proteggere i propri campioni nazionali. Lo abbiamo detto varie volte e lo ripetiamo. Il primo interesse da salvaguardare è quello dei risparmiatori, ed è tutto da dimostrare se l’eventuale acquisto da parte di gruppi esteri dei gruppi italiani non produca effetti positivi anche nel settore del credito. Ma, detto questo, nei mercati globalizzati è certo che per un sistema nazionale avere gruppi propri forti all’esterno pone il Paese in una posizione di vantaggio competitivo indubbio. Non solo perché comunque un Paese è fatto anche dai suoi marchi nazionali, ma anche perché banche forti sul proprio territorio nazionale possono accompagnare l’internazionalizzazione delle imprese in modo consistente e utile. E di questo oggi l’Italia ha un forte bisogno.