Ultrà col petardo oggi il processo E papà l’assolve

da Torino

Si terrà oggi, presso il PalaGiustizia di Torino, il processo per direttissima nei confronti di Nicola Ravasio, il 27enne bergamasco protagonista domenica pomeriggio del lancio di un petardo nel corso di Juventus-Udinese e identificato dagli steward grazie all'intervento del pubblico. Ravasio, arrestato in flagranza di reato e subito trasportato presso la struttura delle Vallette, rischia da 1 a 4 anni di carcere oltre naturalmente all'applicazione del Daspo: il divieto di accedere alle manifestazioni sportive non sarà presumibilmente inferiore ai cinque anni, considerata anche la severità da sempre applicata dalla Procura di Torino.
Ieri la fidanzata di Ravasio, Consuelo e l'amico con cui si era recato allo stadio Olimpico hanno fatto ritorno a casa. «Gli steward ci hanno salvato dalla reazione del pubblico - ha raccontato la ragazza -. Ci hanno apostrofato in maniera incredibile e io mi sono presa anche due sberle. A Nicola, mentre lo stavano portando via, ho solo detto di stare tranquillo». Nessun pentimento, pare. Viceversa il padre del ragazzo, Alessandro, ha avuto un atteggiamento meno conciliante ma teso comunque a sminuire l'accaduto: «Quando Nicola tornerà a casa non gli dirò bravo. Credo però che sia stato colpevolizzato oltremodo: quello che ha lanciato era un semplice petardo, non una bomba carta. Mio figlio non è un ultrà: sta pagando per tutti, ma non credo abbia fatto nulla di esagerato. Non è un teppista, ma solo un tifoso juventino che va allo stadio ogni due o tre anni. Aveva cercato i biglietti di curva: non li ha trovati e allora, con alcuni amici, è andato in tribuna. Il petardo poi era uno di quelli che si vendono regolarmente nei negozi, lanciato in un punto in cui non c'era gente: non era sua intenzione ferire nessuno. Mio figlio non era né ubriaco né drogato: ha compiuto un gesto da non fare, ma ne ho viste di peggio. Più violento di lui è stato chi gli ha dato uno schiaffo». Il solito scaricabarile. Anche in questo caso e nonostante le immagini a circuito chiuso (ma non solo quelle) abbiano ripreso il fatto.