Ma gli ultrà non sono tutti uguali

Pare che sia tutta una questione di tornelli. Pare che se ci fossero stati, quei delinquenti non avrebbero scatenato, fuori dallo stadio Massimino, le violenze criminali che hanno provocato la morte di Filippo Raciti. Pare, ma intanto il risultato di quello che è successo dopo Catania-Palermo è che i milanesi non potranno andare a San Siro perché non ci sono ancora i tornelli mentre, per esempio, i palermitani sì, loro alla Favorita ci potranno andare tranquillamente perché lì i tornelli ci sono. E se i delinquenti, magari senza neanche essere passati dai magici tornelli, le violenze le scatenano lo stesso dopo la partita e fuori dallo stadio, com'è successo a Catania? Giacché certa gente per mettere in atto i propri intenti criminali non aspetta una partita di calcio ma approfitta di qualsiasi occasione in cui la massa permetta lo scatenamento della violenza, come durante una manifestazione politica o un concerto rock, che nessuno si sogna di vietare. È vero, il Meazza è in ritardo con le misure di sicurezza prescritte dal decreto Pisanu. Il fatto è che la «Scala del calcio», gestita da un consorzio delle società Milan e Inter, è ancora di proprietà comunale, anche per la colpevole incapacità delle parti di accordarsi sulla privatizzazione. Perciò per i lavori la legge ha imposto una gara, col successivo immancabile ricorso al Tar del secondo arrivato e conseguente ritardo dell'inizio delle opere. Che comunque saranno pronte entro un paio di mesi; perché non tenerne conto? E soprattutto, perché non tener conto del fatto che, nonostante Inter e Milan giochino al Meazza più di 70 partite all'anno, fra cui parecchi derby, da tempo non succede nulla di veramente grave? In realtà dietro la faccia feroce del governo c'è un pregiudizio: i tifosi sono tutti uguali, gli ultrà tutti violenti. Conclusione: per gli incidenti dopo Catania-Palermo, i milanesi non potranno andare allo stadio.