Gli ultrà palestinesi: la tregua è morta Esercito israeliano in massima allerta

A Gaza integralisti irrompono nel circolo dell’Onu per impedire che si beva alcol durante i festeggiamenti del Capodanno

I palestinesi la chiamavano «tahdiya». In arabo non significa tregua, ma semplicemente raffreddamento, abbassamento della tensione. Qualunque cosa fosse era l'unico risultato concreto conseguito da Abu Mazen da quando nel novembre 2004 iniziò la carriera di successore di Arafat. Con il nuovo anno è svaporato anche quello. La «tahdiya», l'accordo siglato un anno fa da tutti i gruppi armati con la sola eccezione della Jihad islamica, non esiste più. A rinnegarla non sono solo Hamas, l'Fplp e i comitati di Resistenza popolare, ma persino gli armati delle Brigate Martiri Al Aqsa, il braccio armato di Fatah fedele, in teoria, al Presidente palestinese.
«La tregua è morta, Israele perseverando negli assassini e nell'occupazione l'ha uccisa prima che scadesse», ha detto il portavoce delle Brigate Al Aqsa, Abu Quasai. «D'ora in poi la nuova formula è bombe contro le bombe e attacchi ai civili dopo ogni attacco ai civili». Centinaia di brigatisti intervenuti mascherati e armati a Ramallah alle commemorazioni per il 41esimo anniversario della fondazione di Fatah hanno inneggiato alla fine della alla tregua. «Le Brigate Al Aqsa continueranno a battersi fino alla piena indipendenza», ha promesso un leader del gruppo.
La fine della tregua è in verità una spada di Damocle sulla testa del Presidente palestinese. Per reciderne il filo basterà dar il via libera ad attacchi e attentati, innescando la rappresaglia israeliana e rendendo impossibile lo svolgimento delle elezioni. Il mancato appuntamento con il voto del 25 gennaio metterebbe fine alla carriera del Presidente che si ritroverebbe costretto, di fatto, a scegliere tra dimissioni e irrilevanza totale. I più «responsabili» da questo punto di vista sembrano i leader di Hamas che, pur aderendo alla fine della «tregua», si guardano bene dall'annunciare la ripresa degli attacchi. «Hamas - hanno detto - reagirà a ogni attacco sionista in modo da preservare il processo elettorale e risparmiare il sangue palestinese».
L'organizzazione fondamentalista, grande favorita alle elezioni del 25 gennaio, non vuole insomma giocarsi la possibilità d'imporsi come principale formazione politica e fa capire che la fine della tregua resta per ora un atto formale. Il problema sono i miliziani fuori controllo dei Comitati di Resistenza e le Brigate Martiri Al Aqsa frammentate in una galassia di clan e sottogruppi. Ieri i «Comitati» hanno rivendicato il lancio da Gaza di tre missili esplosi senza conseguenze nei territori israeliani del Negev. L'aviazione israeliana, dispiegata per creare una fascia di sicurezza nel nord della Striscia e bloccare i lanci di missili Qassam, ha intercettato una cellula pronta ad entrare in azione tra le rovine dell'ex insediamento di Eli Sinai. Due dei componenti del comando sono stati uccisi dai razzi degli elicotteri e altri tre sono rimasti gravemente feriti.
Il clima di caos e anarchia che regna a Gaza ha contrassegnato anche i festeggiamenti del Capodanno. I volontari stranieri riunitisi al club delle Nazioni Unite per trascorrere una notte alcolica e spensierata hanno dovuto fare i conti con un manipolo di integralisti che, dopo essere entrati con la forza nell'edificio e averli costretti ad uscire, ha esploso un ordigno all'interno dei locali. Secondo gli assalitori, l'attacco al club fa parte di una campagna per metter fine, secondo la prescrizione del Corano, al consumo di alcolici in tutta la Striscia di Gaza.