Ultrà, sugli spalti si odiano sul web sono una famiglia

Un sito studia e vende abiti da tifoso: spopola la felpa con cappuccio

Le schegge dei gabinetti divelti, i seggiolini che piovono in campo, l’odore dei petardi, le bottiglie rotte usate per sfregiare. È questo il contorno che siamo abituati a vederci servito quando parliamo di hooligans, quando l’ennesimo lutto dà il via alle dirette tv a base di scene di guerriglia. Ma dietro al fenomeno ultrà non c’è un deserto battuto da trogloditi ignoranti. C’è una rete di alleanze, un’editoria ricchissima, una produzione multimediale che va dal cinema all’abbigliamento passando attraverso la musica alternativa e i videogiochi. Un universo palese, tutt’altro che nascosto. Basta sapere qual è la vetrina in cui oltre un trentennio di «cultura ultrà» riceve visibilità. La terra di tutti e di nessuno: internet.
La realtà dei siti gestiti dai gruppi, dalla disciolta Fossa dei Leoni milanista ai temibili Irriducibili laziali, è nota. Siti in cui si organizza l’attività, dalle trasferte alle coreografie. Meno conosciuti sono i siti «ecumenici», che regalano una filosofia condivisa da tutti gli ultrà. Lo slogan «i colori ci dividono, la mentalità ci unisce» - che campeggia sulla homepage del sito vivereultras.altervista.org - ne è la perfetta sintesi. In Italia, oltre a www.tifonet.it (il più cliccato dalle curve), sono sorti altri siti simili: un esempio è www.ultrasportal.com, dove in una sezione è contenuto un ironico manualetto di sopravvivenza dell’ultrà «contro le diffide e la repressione».
L’ideologia proposta è sempre la stessa: contro la militarizzazione degli stadi, contro ogni mercificazione di sponsor e pay tv. Un misto di populismo e sentimento di appartenenza, ammiccando alla dottrina Acab di odio sfrenato per le forze dell’ordine. Particolarmente «antagonista» è www.ultrasinside.it, in cui si stigmatizza blandamente chi ha ucciso Filippo Raciti e si sottolinea in una riedizione surreale di Freud «l’esigenza di puntare verso l’interiorità dell’ultrà», strumentalizzato e reso capro espiatorio. Idee storte ma radicate, che trovavano espressione in un mensile, «La voce degli ultras», chiuso nel 2004. Le parole trovano poi conferma nella moda. Il sito www.mentalitaultras.com dal 1995 cura linee di abbigliamento nate sulla falsariga dello stile ultrà, con tanto di felpe incappucciate. No al calcio moderno, si legge accanto al catalogo con i prezzi. E pazienza se l’anima del commercio ha attecchito pure qui.
Dialogo non è invece la parola d’ordine nel videogioco «Hooligans: a storm over Europe». La «tempesta sull’Europa» è un software vecchio di qualche anno, ma non cessa di essere oggetto di culto tra i web-ultrà. La missione è comandare le bande, ubriacarsi, rubare e scontrarsi con la polizia. D’accordo, gli hooligans non hanno certo bisogno di un joystick per allenarsi. Né in Italia, né nel resto del mondo. Dove i siti diventano addirittura archivi di informazioni dettagliatissime. Come www.hooli-news.co.uk, il sito inglese che raccoglie quotidianamente notizie sul movimento ultrà da ogni parte del mondo. L’atmosfera che si respira è quella di un museo dell’hooliganismo con una galleria di video di scontri e un’emeroteca ricca di articoli e servizi televisivi sulle tragedie del calcio. Ancor più impressionante è la serie di libri consigliati: una settantina di titoli dalla copertina alquanto minacciosa, che vanno da «Gli psicopatici di città» a «Le leggende delle gradinate».
Più inquietante, perché privo di intenti cronistici, è www.barra-bravas.com.ar, la bibbia degli ultrà argentini, oggi i più pericolosi del mondo. Il sito che è «da sempre il posto giusto per i disadattati» (ammissione-rivendicazione dei gestori), riporta tutti gli incidenti nella storia delle tifoserie. Molto cliccate le sezioni «scontri della settimana» e «vessilli rubati», in cui i gruppi inviano le foto degli striscioni sottratti con la forza ai rivali. Una rassegna ampia, di facile accesso, senza limitazioni di età. Un arsenale di ideologia guerresca prêt-à-porter, una miniera di filmati di aggressioni. Finché un diciassettenne imbevuto di internet non ci si imbatte. E finisce per imitarli al primo stadio. Con il rischio di trasformare quello che è «cultura ultrà» in qualcosa di ben più osceno: un omicidio.