Ultras, "sul treno c'erano 200 pregiudicati"

La denuncia del capo della Criminalpol Cavaliere: i teppisti che hanno devastato il treno sono gli stessi che assaltavano la polizia a Pianura

Roma -In curva con i clan. «Riteniamo che dietro la conduzione degli incidenti provocati dai tifosi napoletani ci sia l’influenza della criminalità organizzata». Dopo la stangata ai tifosi del Napoli, che in questa stagione non potranno più andare in trasferta, arriva il capo della polizia, Antonio Manganelli, a confermare il più inquietante sospetto di inquinamento delle curve. C’è davvero la camorra dietro bandiere e striscioni nei nostri stadi? Ieri a Napoli sono arrivati il capo della Criminalpol Nicola Cavaliere e il numero uno della Direzione centrale anticrimine Francesco Gratteri. Dopo un vertice in procura con il coordinatore dell’Antimafia Franco Roberti e con Antonello Ardituro, pm impegnato sugli intrecci tra curve e camorra, Cavaliere ha invitato alla cautela. «Non è che queste persone siano partite all’assalto del treno per strategie particolari», ha spiegato, «ma elementi della pseudo tifoseria sono contigui a organizzazioni delinquenziali». Il problema è l’intreccio tra le «carriere» di ultrà e di criminali di molti dei «tifosi» che hanno assaltato il treno, «persone utilizzate spesso in contesti diversi dallo stadio - ha proseguito Cavaliere - e mi riferisco anche a organizzazioni criminali di una certa importanza». Già 200 dei mille identificati sono risultati «pregiudicati per reati gravi, come traffico di droga e rapine».

Ma la storia recente dimostra che se la camorra si interessa al calcio non è solo per sventolare bandiere. O almeno sa unire l’utile al dilettevole. L’ultimo, clamoroso caso risale a ottobre 2007: cinque capotifosi - Francesco Ruggiero, Vittorio Puglisi, Alberto Mattera, Salvatore Piccirillo e Vincenzo Busiello - finiti in manette, i primi quattro per estorsione contro il Napoli. Una lunga indagine (in attesa di processo), condotta dal pm Ardituro, cominciata dopo gli incidenti nello spareggio per la B Avellino-Napoli del 2003, che costarono la vita al giovane tifoso Sergio Ercolano e si conclusero con 33 feriti tra poliziotti e carabinieri. Quattro anni di pedinamenti e intercettazioni scoperchiarono un’associazione per delinquere che minacciava i vertici societari per ottenere biglietti gratis. Per «convincere» il club a sganciare i tagliandi due gruppi ultrà di Curva B e Distinti due stagioni fa fecero piovere in campo bombe carta durante Napoli-Frosinone, portando alla squalifica del campo. Illuminante l’intercettazione di una telefonata tra «bon bon» Ruggiero e il responsabile del marketing del Napoli Massimo Carpino, ex Fedayn, oggetto di particolari pressioni per il suo passato curvaiolo. «Il Napoli non mi può scaricare così», ringhia «bon bon», che era ai domiciliari ma voleva ancora i biglietti gratis per il suo gruppo, i Blue Tiger. E alla richiesta di chiarimenti, si spiega meglio: «Tu e Marino (il dg degli azzurri) tenete figli. Mi sono fatto quattro anni di galera, se me ne faccio altri quattro non mi succede niente». In quel fascicolo c’è anche l’interrogatorio del pentito di camorra Giuseppe Misso jr che mette a verbale come in curva al San Paolo «vige la legge della camorra», e rivela che il suo omonimo zio, storico boss del Rione Sanità, «impose che il gruppo ultras della Masseria Cardone dovesse uscire dalla Curva A per problemi tra i clan di Secondigliano Misso e Liccardi». Cosa che puntualmente avvenne. E nel 1995 la Dda di Napoli fece arrestare per associazione per delinquere di stampo camorristico molti esponenti del gruppo «Teste Matte», a cominciare dal leader Gennaro Oliva, che dal tifo in curva, secondo i magistrati, a metà anni ’90 era diventato un vero e proprio clan camorristico attivo nei Quartieri Spagnoli. C’è poi l’indagine sugli ultrà spediti a Pianura a fomentare la rivolta contro la discarica, con tanto di intercettazioni di boss che invitano a «dare addosso alla polizia» e a «picchiare le guardie quando c’è gente». E Napoli non è un confine: secondo la procura di Roma nel tentativo di scalata (con estorsione) alla Lazio, quella per cui Chinaglia è ancora ricercato, a muovere i fili era il clan dei Casalesi, intenzionato a «rilevare» il club per riciclare i proventi delle proprie, molteplici, attività illecite. Almeno la camorra, in trasferta, continua ad andarci.