«Umanità in primo piano»

Andrea Martinelli ha 40 anni ed espone in Olanda. «Cerco una verità nascosta in ogni espressione. Voglio affermare la pittura di figura contro lo snobismo di un mondo culturale radical-chic»

Volti che incombono, come paesaggi arsi, terra arata, solchi che nascono da sguardi, smorfie, sorrisi. Realismo potente che esalta il passaggio del tempo attraverso peli e rughe, occhi che raccontano fatica, ottusità, follia, scherno, assenza. Andrea Martinelli (Prato, 1965) disegna, dipinge, sottrae colore e cattura la vita, la ferma sui suoi volti realizzati tra il 2000 e il 2005, quaranta dipinti e dieci disegni esposti in luglio al Frisia Museum di Spanbroek, in Olanda, e chiamati «Il volto e l’ombra». «Il volto - spiega Martinelli, l’artista toscano messaggero di un nuovo umanesimo che riconosce come maestri Cosmè Tura, Andrea Mantegna, Filippino Lippi, Otto Dix, Lucian Freud - è quasi una scrittura fatta di capelli, nei, peli, rughe che narrano storie, sono facce di personaggi che hanno fatto e fanno ancora parte della mia vita».
Le donne appaiono poco nella sua opera. Perché?
«Un uomo lo sento più vero, soprattutto se è anziano. Cerco una verità nascosta in ogni espressione. Una donna non riesco mai a smascherarla fino in fondo, tende a sfuggirmi. Volto di donna autentico, privo di trucco e ritocchi, è quello di Betta, una mia amica, una rossa piena di lentiggini».
Come procede nel suo lavoro? Usa fotografie o ritrae dal vero in studio?
«In questo periodo lavoro quasi esclusivamente su immagine fotografica. Scatto venti, trenta fotografie per soggetto. Averli in studio mi metterebbe a disagio, distogliendomi dall’obiettivo. Io mi servo di loro per raccontarmi, non ne faccio il ritratto. Così è successo per L’uomo che aveva ombre crudeli, un ragazzo omosessuale che vive ancora con sua madre, e per la serie dedicata a nonno Dino. Parto sempre da quelli che si sentono ultimi, dai semplici, per restituire loro dignità, come fossero eroi».
Lei afferma che immortalare volti è un modo per «recuperare qualcosa». Anche attraverso lo sguardo di nonno Dino, il padre di suo padre, morto nel 1989...
«Andavo a cercarlo negli ospizi ritraendo anziani, era un modo per trattenerlo. Eppure il nonno tanto amato non l’ho mai ritratto e non lo ritrarrò. Lo voglio percepire attraverso gli occhi degli altri. Io quest’uomo lo cerco e lo trovo tutti i giorni. Il nonno che appare nella mostra e sul catalogo è quello materno. Anche lui si chiamava Dino, è morto un anno e mezzo fa, a 97 anni, mentre lavoravo ancora ai suoi ritratti. Mancava l’ultimo, quello in cui ride».
L’uomo che mostra lo spirito attraverso le ferite del corpo, le tracce del tempo. Questo la avvicina molto a Giovanni Testori, alla sua carnalità.
«L’incontro con Testori è stato molto importante. Era il 1987, avevo ventidue anni e frequentavo l’Accademia a Firenze. Lui capì subito che c’era sintonia tra noi due, una certa affinità e la necessità di riportare la pittura di figura alla ribalta. Riuscii nel 1992 a fargli vedere Senescenze e ne rimase colpito, tanto da voler scrivere la presentazione per la mostra che ci sarebbe stata un anno dopo. Ma era già molto malato e non fece in tempo».
L’amore per la ritrattistica torna a farsi strada. Si può dire allora che «ritrattistica batte installazione»?
«Non sono contrario all’installazione, purché si abbia davvero qualcosa da dire. Ora c’è un ritorno romantico a quello che tutti credevano perduto. Io mi sento fortemente contemporaneo, voglio emozionare la gente e ce la sto mettendo tutta, nel mio piccolo, per affermare la pittura di figura contro lo snobismo di un certo mondo culturale tanto radical chic. Mettersi a dipingere è fatica fisica e non è una scelta facile oggi, soprattutto per i più giovani, quelli che iniziano».
Per la 50ª Biennale di Venezia fu allestita la mostra «Italian Factory - la nuova scena artistica italiana». In quell’occasione nacque una polemica...
«La polemica nasceva dal fatto che “Italian Factory” risultava marginale, una sorta di mostra d’appoggio alla Biennale non inserita nel contesto dell’Arsenale. C’erano giovani artisti invitati e con un grosso curriculum, purtroppo messi in disparte. La contestazione creò interesse, ma rivelava un malessere, una reazione a giochi di potere. Per fortuna, le grandi gallerie, i musei all’estero stanno aprendo a noi, all’arte figurativa. E la pittura torna ad essere contemporanea».