Umberto, il filosofo che ti guarda accigliato

Ogni volta che Umberto Galimberti mi fissa dall’ultima pagina di D, la Repubblica delle Donne, ho paura che una folgore parta dai suoi occhi e mi incenerisca. Filosofo, psicanalista, sessuologo, la vita gli appare una valle di lacrime e lui la corrucciata divinità che bastona le nostre povere anime, e non saremo certo noi, modesti pessimisti, a contraddirlo. Ci limitiamo a non leggerlo, anche perché come tutti gli apocalittici alla moda Galimberti è un integrato e quindi sa come farsi andare bene il mondo.
Questa cosa del «prestito non dichiarato», dunque, ci disturba un po’, perché tutto nelle sue rubriche, nelle sue conferenze, persino nelle sue presentazioni su You Tube emana serietà, etica, fastidio per la mediocrità, rispetto di sé, e c’è sempre intorno alla sua persona questa aura di superiorità intellettuale che è soprattutto tipica di una certa «classe dei colti» come si è andata sviluppando nell’ultimo quarantennio italiano, rivoluzionaria, ma dentro al sistema, progressista, ma al fondo reazionaria, democratica, naturalmente, ma sdegnata dal fatto che poi il popolo non voti come lei vorrebbe...
Il «plagio d’autore», si sa, è una cosa delicata... Nel tempo, nei secoli, ci si giustifica, nulla è inedito, tutto è già detto, già scritto, già fatto... Destò scalpore, nell’Italietta giolittiana, Enrico Thovez allorché accusò Gabriele d’Annunzio di aver saccheggiato a man bassa dal colto e dall’inclita... Il pastore, il gregge e la zampogna si intitolava quella sua reprimenda di inizio secolo... D’Annunzio è rimasto e Thovez non lo ricorda più nessuno... Siamo certi che resterà anche Galimberti, eppure nel caso in questione c’è qualcosa di più e qualcosa di diverso, che non attiene alla creazione artistica, ma alle idee, e al comportamento, un silenzio finora supercilioso, un modo intellettuale di fare le spallucce che ha poco di etico e molto di patetico.
L’autore di L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani è un pensatore di lungo corso. Ha sessantasei anni, è in cattedra dal 1975, a Venezia, dove insegna Filosofia della storia e Psicologia dinamica, scrive una media di un saggio all’anno, è stato negli anni Ottanta uno dei pensatori da salotto televisivo di Maurizio Costanzo, i maligni dicono che una recensione altamente elogiativa di un libro filosofico (così è stato definito) di Eugenio Scalfari gli aprì le porte della collaborazione a Repubblica... È uno junghiano, e quindi molto attento alle cose di sesso e al significato del sesso nella storia e nella vita, e come psicologo di pronto intervento giornalistico è una specie di referente di anime in crisi esistenzial-sentimentale. Ha lettori entusiasti e/o affezionati, il che va a suo merito, ma che, non facendone noi parte ci impedisce di goderne i benefici. La scorsa estate li appassionò con una robusta cavalcata sui vizi capitali: lussuria, accidia, gola. C’era anche la superbia, naturalmente...
Uno dei suoi temi forti, lo abbiamo detto, è la perdita del senso di dignità dell’individuo, la mancanza di riconoscimento come uno dei mali della società contemporanea, dove nessuno vuole più vedere e accettare i meriti dell’altro e tutti lottano per affermare una superiorità narcisistica vana e vaga. Un altro è il nichilismo, l’assenza di valori in una società che dopo la «morte di Dio» proclamata dai filosofi è restata in balia di sé stessa. Cita spesso Nietzsche, Galimberti, e questo ce lo rende simpatico da un lato, ci fa diffidare dall’altro.
Diceva Molière, ai critici che lo accusavano di prendere a prestito un po’ qui e un po’ là: «Je prends le mieux partout ou je le trouve», prendo il meglio dappertutto, dove lo trovo... Detto da lui aveva un senso, semplicemente ripreso a mo’ di scusa e/o di giustificazione, è come l’arrampicarsi sulle spalle del genio per non far vedere la propria statura di pigmeo. Nel caso specifico di cui ci stiamo occupando, c’è inoltre quell’elemento che si chiama serietà dell’intellettuale, abitudine a citare e a verificare le fonti, a riportare fra virgolette il pensiero altrui, e insomma tutto quel combinato disposto che fa la dignità di uno studioso, la sua affidabilità, la difesa del proprio lavoro e di quello altrui.
Ogni volta che Galimberti mi fissava dall’ultima pagina di D, la Repubblica delle Donne, avevo sempre paura che partisse dai suoi occhi una folgore e mi incenerisse. Adesso che so che è un essere umano anche lui, con le sue debolezze e qualche piccola meschinità, potrò guardarlo senza il timore di andare in fumo tutto d’un tratto. È già un passo avanti. Magari, col tempo, riuscirò persino a leggerlo.