Umberto I, niente analisi al pronto soccorso

Antonella Aldrighetti

«No reagenti, no analisi». C’è poco da parafrasare ma è così. Al Dea (cioè al pronto soccorso) del policlinico Umberto I, da ieri i medici non possono eseguire controlli fondamentali per pazienti cardiopatici che, quindi, sono ad alto rischio. Eppure la razionalizzazione dell’offerta sanitaria fondata sotto l’egida dell’appropriatezza sia ambulatoriale che ospedaliera, ma pure lo stesso controllo della spesa farmaceutica dettato come un’imposizione specifica a tutti i camici bianchi, non avrebbe dovuto produrre né tagli ai servizi né prestazioni.
Ma soprattutto, a ricordarsi bene le rassicurazioni della giunta ulivista di Piero Marrazzo, non avrebbe dovuto far scontare la ripercussione di questi stessi provvedimenti sui cittadini del Lazio. Dove la sfilza di verbi al condizionale è d’obbligo. Altroché se lo è, visto che non passa giorno che «radio corsia» non racconti di politiche gestionali al ribasso che investono settori specifici e specialistici della salute regionale come i laboratori di analisi, le unità chirurgiche e finanche i reparti di pronto soccorso.
Senza troppi preamboli viene fuori che addirittura il dipartimento di emergenza del nosocomio più vasto e celebre dell’Unione europea, il policlinico Umberto I, è deficitario di reagenti e preparati chimici essenziali per determinati esami clinici, tra cui anche alcuni reagenti necessari per i marcatori cardiaci. E il motivo? Forse qualcuno si è dimenticato di «fare la spesa»? Macché... È tutto frutto del fatto che «un ordine di reagenti è stato decurtato per rientrare in un budget trimestrale, assegnato dal dipartimento di medicina diagnostica ma, talmente esiguo che ogni trimestre non permette di arrivare se non al secondo mese dell’ordine fatto».
Detto così sembra un provvedimento «punitivo» ma è quello che viene fuori direttamente dalla comunicazione che i dirigenti del laboratorio di analisi cliniche del pronto soccorso dell’ospedale hanno inviato alla direzione sanitaria del nosocomio, a tutti i colleghi del box medico e chirurgico e allo stesso direttore del Dea Claudio Modini. Ma non è finita: gli stessi dirigenti si dimostrano profondamente preoccupati contando anche la specificità del servizio sanitario di cui sono responsabili visto che non si esimono dal precisare che: «è veramente strano che un laboratorio che lavora ventiquattr’ore su ventiquattro di emergenza e di urgenza abbia delle limitazione così forti, dal momento che il compito, dall’attivazione del Dea a oggi, è anche quello di integrare il lavoro di routine degli altri laboratori con bacini di utenza diversi».
Non ci si mette molto a capire che il taglio dell’acquisto dei reagenti chimici, dei marcatori cardiaci e di altri preparati diagnostici si va, senza troppi dubbi, a ripercuotere pure su altri reparti: dal protrarsi della degenza ospedaliera che sarebbe dovuta essere più celere fino a quella delle liste d’attesa interne al nosocomio. Non ce ne voglia il manager dell’Umberto I, Ubaldo Montaguti se, volendo essere pedanti, ci chiedessimo in base a quale normativa il dipartimento di diagnostica storna risorse al laboratorio di analisi del Dea. Perché con quella stessa punta di curiosità si vorrebbe approfondire se fosse la stessa direzione sanitaria del nosocomio a impartire certi ordini o addirittura se la disposizione arriva da più lontano. Forse da quel di via Cristoforo Colombo dove ha sede la Giunta regionale che va ancora sostenendo che «razionalizzazione» non fa rima con tagli indiscriminati...