Umberto I, lo Stato chiede 7 milioni di euro di danni

Oltre sette milioni di euro. È quanto i magistrati della Corte dei Conti chiedono all’ex Rettore de La Sapienza, Giuseppe D’Ascenzo, e all’allora dirigente della IV Ripartizione al patrimonio dell’Ateneo romano, Rosalba Natale, per non avere tutelato la salute dei malati dell’Umberto I. Insomma per la cattiva gestione del Policlinico più grande e disastrato d’Italia, la giustizia indica per la prima volta alcuni colpevoli. L’accusa? Non avere mai utilizzato ben 25 miliardi di vecchie lire stanziati dal governo fin dal ’97 per la ristrutturazione dei reparti di infettivologia e di immunologia, nonché dei laboratori di virologia oggi fatiscenti. Non solo i vertici universitari non sarebbero stati dei «buoni amministratori» creando un enorme disservizio pubblico (basta pensare che tra i malati di infettivologia ci sono anche quelli affetti da Aids), ma avrebbero fatto sborsare alle casse dello Stato la bellezza di quattro milioni e duecentomila euro di interessi (pagati fino al 30 giugno 2005) per l’ammortamento del mutuo nel frattempo contratto con la Cassa Depositi e Prestiti. Un danno nel danno. E tutto ciò con estrema superficialità, nonostante i solleciti interni e il via libera a saldare di volta in volta le rate pur sapendo che quei soldi c’erano sì, ma sulla carta. Di gennaio l’Sos lanciato sulle pagine del Giornale dall’immunologo di fama internazionale, Fernando Aiuti: «I fondi per ristrutturare questo dipartimento erano stati erogati ma nessuno ne ha saputo più nulla. E oggi ci manca persino il reagente per le analisi ematologiche. Una vergogna». Di questa incredibile «distrazione» il 26 febbraio, D’Ascenzo e Natale sono chiamati a rispondere nelle aule del Tribunale di via Baiamonti. A D’Ascenzo lo Stato chiede 4.395.826 euro di risarcimento; all’allora capo ripartizione altri 2.930.631. «D’Ascenzo - si legge nella citazione - è stato destinatario di tutte le missive del Ministero del Tesoro, della Cassa Depositi e prestiti, della stessa azienda sanitaria (...). Il progetto di ristrutturazione era stato approvato dalla Regione Lazio nel ’96 e il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica, ndr) l’aveva ammesso a finanziamento nel giugno ’97. Già da quella data e sino all’ottobre ’99 (quando avviene il trasferimento di autonomia gestionale dall’Università al Policlinico) i competenti uffici dell’Università, su sollecitazione del Rettore, avrebbero dovuto attivarsi per indire le gare d’appalto. Invece nulla è mai stato fatto». Dal ’99 l’inerzia diviene assoluto disinteresse, «come se il fine pubblico alla tutela della salute non riguardasse più l’Università». Nonostante il passaggio di competenze il ruolo de La Sapienza resta infatti indispensabile in quanto gli immobili sui quali si sarebbero dovuti effettuare i lavori le sono stati affidati dal Demanio. «Solo l’Università avrebbe potuto - mettono nero su bianco i magistrati - e potrebbe ancor oggi, attivarsi per ottenere le necessarie autorizzazioni dalle altre amministrazioni».
Secche le contestazioni della Corte dei Conti: «Il danno erariale si materializza in un danno da disservizio o meglio del mancato servizio reso. Ciò ha compromesso la cura della salute pubblica non permettendo all’utenza di usufruire di strutture migliori». Colpa grave, in quanto «destinatari del (dis)servizio sono utenti portatori di malattie terminali, nei confronti di molti dei quali non sarebbe più possibile alcun intervento a compensazione del pregiudizio causato». alemarani@tiscali.it