"Unabomber, la procura è stata raggirata"

Indagato il perito, il pg di Venezia si sfoga

Mestre - Unabomber ha vinto oggi un'altra volta. Senza nemmeno sfigurare qualcuno. Le prove che ora sembrano esser state contraffatte dal consulente principale dell'accusa rischiano infatti di far precipitare in Waterloo giudiziaria 12 anni di indagini sul bombarolo del Veneto. E per dirla con le parole dell'accusato numero uno, Elvo Zornitta, Unabomber sta godendo senza rischiare niente, senza aver fatto nulla di nuovo: un grande teatro tutto per lui. «L'unica consolazione è che racconterò gli aspetti psicologici più devastanti vissuti giorno dopo giorno in un diario. Sto già prendendo degli appunti che trasformerò presto in un libro. Me l'hanno chiesto in diversi editori e tra qualche giorno sciolgo le riserve».
Al di là degli sforzi letterari di Zornitta le indagini sembrano aver imboccato tra paradossi e colpi di scena un binario morto. L'umore dei magistrati è ai minimi termini. Mai così nero dopo il colpo di scena, la nuova incredibile inchiesta sul loro perito balistico, Ezio Zernar (nella foto), accusato in pratica di aver preso le forbici da elettricista, sequestrate nel capanno dell'ingegnere Zornitta, e di aver tagliato il lamierino usato da Unabomber nella trappola esplosiva ritrovata dagli inquirenti nella chiesa di Sant'Agnese a Portogruaro nel 2004. Per dire poi nella sua perizia che proprio con quelle forbici era stato confezionato l'ordigno: le microstriature delle lame combaciavano con i segni sul lamierino. Ergo Unabomber è Zornitta. Invece, tutto da rifare. Calunnia, falso ideologico e violazione di pubblica custodia le ipotesi di reato lanciate contro Zernar. Incendiano la laguna e dividono gli inquirenti.
Ennio Fortuna, l'ottimista procuratore generale di Venezia, parla stavolta a fastidio. Si dice «incredulo, raggirato e offeso». Come gli inquirenti del Ris e dell'Uacv della polizia: «il gruppo interforze - confessa un inquirente - è disperato. Abbiamo forti indizi che il lamierino sia uscito modificato dalla prima analisi microscopica». Ovvero quella compiuta dal super esperto Zernar. Ma le parole più pesanti le sceglie il procuratore generale di Trieste, Beniamino Deidda: «Ci sentiamo raggirati e traditi - è il suo sfogo amaro -. Siamo stati ingannati anche noi». Le manipolazioni compiute sul lamierino, dimensioni iniziali 12 x 38 x 8 mm, sarebbero di pochi decimi di millimetro. Ma tali da lasciare un'impronta indelebile della forbice modello Valex, comparata secondo la tecnica del «Toolmark», appresa da Zernar al Forensic science associated di Harrogate in Inghilterra. Interrogato, dopo qualche tentennamento avrebbe ammesso e constatato la presenza di alterazione del lamierino, soprattutto rispetto alle dimensioni iniziali. Scaricando però la responsabilità su altri: «Quel reperto - avrebbe detto agli investigatori in un interrogatorio tesissimo - è passato di mano a diversi consulenti del Pm. Io non so chi sia stato». Per questo i magistrati estenderanno la verifica e stanno sentendo anche i collaboratori di Zernar, a iniziare dagli altri due agenti impiegati al Lic, il laboratorio analisi criminalistiche, finanziato dalla Regione e dipendente come polizia giudiziaria dalla Procura. Tutto per rispondere a un unico quesito chiave: chi ha davvero manipolato quel lamierino e perché. Se è stato Zernar si potrebbero verificare scenari impensabili. Lo specialista, «troppo serio per compromettere accidentalmente un reperto», confida un collega, non è nuovo ai colpi di scena. Non solo quello dello scorso aprile quando dopo aver passato due mesi su un centinaio di forbici, analizzate al microscopio, aveva appunto scoperto che la Valex lunga 15 centimetri era compatibile con tutti i segni lasciati sul lamierino. Grande rilievo processuale venne dato anche un paio di anni fa alla particella quaternaria scoperta sempre da Zernar nella borsa di Salvatore Ferraro e risultata compatibile all'innesco che uccise il 9 maggio del 1997 Marta Russo all'università di Roma.
Gianluigi Nuzzi
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