Un'altra vittima illustre tra i giornali americani

Chiude dopo 146 anni l'edizione stampata del <em>Seattle Post-Intelligencer</em>. Negli Stati Uniti, l'industria dei quotidiani è in crisi e sono in molti ad abbandonare la carta per andare online. Ma c'è anche chi non è pessimista

Il destino di giornali e di riviste è diventato negli Stati Uniti oggetto di dibattito e di studio. Sopravviverà la carta stampata?, è la domanda principale che tutti si pongono, primi fra tutti i giornalisti, mentre i fatti non sembrano suggerire una risposta positiva.
C'è un'altra vittima illustre in questi giorni in America: il Seattle Post- Intelligencer, secondo quotidiano della città di Seattle, Stato di Washington: dopo 146 anni non è più in edicola. Andrà online. L'annuncio di chiusura dell'edizione stampata è arrivato soltanto lunedì, ma per la redazione non è stata una sorpresa. «Sapevamo che sarebbe successo», ha detto l'editore Roger Oglesby. Il quotidiano ha perso 14 milioni di dollari in un anno. Ora, sulla scena cittadina resta soltanto il quotidiano Seattle Times. Che non canta però vittoria: ha 199mila abbonati e non si può certo dire che economicamente sia messo bene. Quella con il Post-Intelligencer, il principale concorrente, è stata una vera e propria guerra, combattuta in una delle poche città americane che fino a qualche giorno fa aveva ancora due quotidiani. Il conflitto tra i due giornali, ha detto al Los Angeles Times Joel Connelly, editorialista e inviato del Post-Intelligencer, «è stato come la lotta tra l'esercito di Rommel e quello di Eisenhower in Nord Africa durante la Seconda guerra mondiale». Ora, soltanto 20 dei 165 membri della redazione serviranno a portare avanti il sito. C'è già un accordo: molti dei contenuti saranno presi da altre pubblicazioni esistenti, come per esempio Cosmopolitan ed Esquire.
Il Seattle Post-Intleligencer non è il primo giornale ad abbandonare l'edizione stampata per darsi all'online. Ad aprile, la stessa scelta è stata presa dal Christian Science Monitor. L'industria dei giornali è stata colpita duramente negli Stati Uniti e sono moltissime le aziende mediatiche nei guai. I proprietari del San Francisco Chronicle, fondato nel 1865, hanno preannunciato «significativi» tagli di posti di lavoro. E non scansano l'ipotesi di una chiusura che lascerebbe la città senza un quotidiano a pagamento. I problemi per tutti i giornali sono il calo della tiratura e il crollo dei guadagni legati alla pubblicità. Un'altra vittima è il quotidiano della città di Tucson, il Denver's Rocky Mountain, che ha chiuso. Parte della sua redazione sta cercando di trovare fonti per aprire un sito web. McClatchy, che possiede il Miami Herald, il Kansas City Star e il Forth Worth Star-Telegram l'anno scorso ha tagliato del 10 per cento il personale e quest'anno prevede di lasciare a casa altro personale. Soffrono anche i più grandi: Il New York Times ha un debito di 400 milioni di dollari, nel 2008 ha ipotecato la sua bella sede, il palazzo costruito nel 2007 da Renzo Piano. La Tribune Company, che possiede il Chicago Tribune, ha rischiato la bancarotta.
Si dibatte e si cercano soluzioni credibili. Time magazine ha ipotizzato la creazione di micropagamenti: qualche centesimo per leggere gli articoli, un po' di più per avere a disposizione l'intero quotidiano. Eppure, c'è chi non è totalmente pessimistico. Randy Bennet, della Newspaper Association of America, spiega a Usa Today che negli Stati Uniti circa la metà degli adulti legge un giornale ogni giorno e per farlo spende 10,5 miliardi di dollari all'anno. Un giornale medio genera un margine di profitto del 10 per cento, non il 20 e 30 di anni fa, «ma pur sempre un margine invidiabile per qualsiasi business».