«UNAN1MOUS», IL REALITY FRIGNONE

Vincerà chi dimostrerà di sapere piangere meglio degli altri. Sembra questo il destino di Unan1mous (venerdì e lunedì su Canale 5, ore 21), che a dire il vero pareva nato per scopi diversi: radunare nove persone in una sorta di bunker con l’obiettivo di costringerli a decidere, all’unanimità, quale di loro meritasse di vincere l’eclatante premio di un milione e mezzo di euro. Il vincitore dovrebbe essere stabilito secondo criteri psicologici e caratteriali espressi dalle dinamiche di gruppo: capacità di convincimento, sfrontatezza nel perorare la propria causa con ogni mezzo (frottole e furbizie comprese), abilità nell’intrecciare alleanze o nello sventare complotti a proprio danno. Negli Stati Uniti, dove questo reality dell’ultima generazione è nato, si vince o si perde in seguito a tale tipo di caratteristiche. Qui da noi, nella versione italiana del gioco condotto da Maria De Filippi, finora si è ridotto tutto o quasi a una valle di lacrime: i concorrenti piangono non appena sentono le parole del marito o della fidanzata, danno voce a mugolii insistiti e strazianti peggio dei parenti riavvicinati dalla Carrà se viene mostrato loro un filmato dei figlioletti che li aspettano a casa, sono presi da convulsioni emotive al minimo accenno di tensioni con qualcuno del gruppo. Di unanime, in questo programma, finora c’è solo il pianto dirotto dei partecipanti. Il che fa perdere buona parte dell’attrattiva di un intrattenimento già di per sé estenuante per la ripetitività del gioco «a schema fisso», condotto con gelida professionalità e cadenzate litanie da una De Filippi che non sembra crederci molto ma getta il senso del dovere oltre l’ostacolo. La novità della trasmissione sta nel fatto che, almeno in teoria, potrebbe finire da un momento all’altro non appena i concorrenti giungessero ad un accordo. E su questo gioca la produzione alimentando ogni volta l’ipotesi (come nella puntata estemporanea di lunedì scorso) che sia in arrivo la sospirata fumata bianca. Alla fine, di veramente curioso, resta questa deriva frignona che comincia ad accomunare più di un reality. Quando nacque, il genere televisivo del reality traeva qualche motivo di interesse anche dalla possibilità di studiare i comportamenti e la psicologia di persone costrette all’isolamento. Era una sorta di esperimento, di laboratorio di gruppo. Ultimamente la condizione di cattività dei partecipanti a queste trasmissioni sembra far emergere soprattutto l’incapacità emotiva di reggere la situazione. Una domanda sorgerebbe spontanea: se la famiglia o il fidanzato vi manca già dopo un paio di giorni, perché tanta smania di partecipare ai reality? Ma non mi sembra il caso di disturbare in questo modo il pianto collettivo dei concorrenti.