Undici anni di mobbing sul lavoro Un'unica colpa: tifare centrodestra

Il Comune di Alcamo condannato: l’impiegato veniva trasferito di continuo senza essere messo in condizioni di lavorare

La vendetta? Un piatto da servire freddo, dicono. A lui gliel’hanno centellinata ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Per ben undici lunghi, interminabili, anni.

Ecco il caso, chissà se il primo, di un mobbizzato «politico». Ed ecco il sistema Gulag servito in salsa italica. Non potendo deportarlo in un campo di «lavoro correttivo», come si faceva nella Russia dei «bei tempi» ante crollo muro, i nostri hanno deciso di trasformare in un inferno il suo posto di lavoro. Insomma se la montagna non va a Maometto... si fa il contrario.

Succede ad Alcamo, cittadina abitata da 45mila anime in provincia di Trapani, Sicilia. Protagonista un dipendente comunale. La sua colpa? Aver sostenuto nella campagna elettorale del 1993 culminata con la vittoria del centrosinistra guidato da Massimo Ferrara (sindaco di Alcamo da allora fino al 2001), il candidato della coalizione di centrodestra, Sebastiano Benenati.

Hanno perso in due, ma chi ci ha rimesso di più è stato Antonino Spinò, oggi sessantaduenne, impiegato-categoria B7- che tradotto significa esecutore amministrativo.

Dall’elezione del nuovo borgomastro cominciano i guai del povero travet finiti poi sul tavolo del giudice del lavoro di Trapani che ha condannato il Comune per mobbing. Per una volta l’Istituzione sconfitta.

Era un giorno del lontano marzo 1994 quando l’allora primo cittadino convocò il combattivo Spinò spiegandogli che doveva trasferirlo. Modi gentili, bonari e disponibili: «Dove vorrebbe andare, ha qualche preferenza?».

Richiesta naturalmente non soddisfatta. Da quel momento un pellegrinaggio tra un ufficio e l’altro, modifiche di mansioni da un mese all’altro, spesso lasciato solo, lo sventurato Spinò, senza incarichi e senza pratiche da sbrigare. Insomma pagato per non far nulla, per languire impotente spesso davanti a computer che doveva spartire con altri colleghi. Niente sedia e tavolo, neppure la certezza di cosa dover fare.

È impressionante la sequela dei trasferimenti di questo pubblico dipendente: marzo 1994 spedito al settore servizi demografici; dicembre dello stesso anno spostato alla sezione notifiche; marzo 1995 destinato al settore «assetto del territorio» e poco dopo piazzato all’ufficio acquedotto «dove-scrive il giudice Cristiano Baldi nella sentenza- in assenza di carichi di lavoro, svolgeva funzioni da commesso».

Finita? Per niente. Due anni più tardi il buon Spinò si ritrova all’ufficio «rilascio concessioni». Stavolta la punizione è diversa: di pratiche da sbrigare gliene assegnano a dismisura ma in realtà senza dargli la possibilità di espletarle. la fortuna non gira dalla sua parte. Il sindaco nel frattempo è cambiato, ma anche quello nuovo, Giacomo Scala, (tra l’altro poi inquisito per altre vicende) sventola bandiera rossa.
Nel 2003 altro trasferimento, stavolta ai «lavori pubblici». L’uffico? Due scrivanie e due pc da disputarsi in sei.

Il Comune di Alcamo si difende: «Non abbiamo messo in atto vessazioni». E ha deciso di presentare ricorso in appello. Dovrebbe risarcire all’impiegato «nemico» 25 mila euro. Oltre a pagare le spese processuali.