Undici ore in Camera guardando il Senato

Luca Telese

da Roma

Sembra una di quelle domeniche di serie A in cui si gioca con la radio all’orecchio per sapere che succede sugli altri campi. Per tutto il giorno, undici ore, è un grande turbinio di parole, supposizioni, ipotesi che volteggiano sull’emiciclo. Ed alla fine dallo stadio Montecitorio, il risultato è: Bertinotti 295 voti, Massimo D'Alema 70, Gerardo Bianco 4, Roberto Cota 3, Pier Ferdinando Casini e Vladimir Luxuria 2. Il voto non è ancora determinante: bisogna giocare stamattina il turno di ritorno e serviranno 316 voti (maggioranza semplice) per passare. Il leader di Rifondazione dovrebbe farcela. Ma il vero spareggio salvezza era a Palazzo Madama, con un primo tempo giocato tutto sul filo del rasoio, il secondo tempo con un gol annullato, il terzo ai supplementari (votazione notturna, alle dieci di sera con vegliardi stremati a bordo campo). Romano Prodi scende nell’agone di prima mattina, poi va a Piazza Santi Apostoli, poi torna a Montecitorio all’una. Tutti pensano che sia lì perché al Senato ha già vinto Franco Marini. Incrocio con Paolo Cirino Pomicino, angolo buvette: «Ce l’abbiamo fatta?». Ma il Professore - bocca sigillata braccia allargate - produce uno dei suoi sospiri: «Hshhhhh...». Ovvero: nulla di fatto. Francesco Caruso passa di lì in jeans e scarpe da tennis.
Da quel momento tutta la giornata si gioca sulla telecronaca dall’altro campo. In Transatlantico inizia il dibattito sui misteriosi errori nello scrutinio di Palazzo Madama: schede con date di nascita, nomi errati... Antonello Falomi, deputato di Rifondazione (ex senatore) fa capannello sui voti nulli: «Ma vi pare che uno scrive gli estremi anagrafici? Quello è un segnale». Pierluigi Castagnetti discetta con Filippo Ceccarelli: «Ormai è questione di cabala». Il tormentone della giornata sarà proprio quello di nomi, anagrafe, identità: al primo voto, per esempio, Bertinotti prende 305 voti, con un quorum di 420. Nel secondo 303: dopo i primi voti «eclettici» per il transgender di Rifondazione esplode il caso di Vladimir Luxuria (ieri con tailleur nero rossobordato e magliettina di pizzo sotto la giacca). «Per rispetto delle istituzioni - osserva Roberto Menia di An incalzando il presidente provvisorio Fabio Mussi - non si dovrebbero ammettere nomignoli, nomi d'arte o di “travestimento”. Le chiedo di provvedere alla correzione del resoconto stenografico». Mussi però è preparato: «Lo pseudonimo, ossia un nome diverso da quello anagrafico, è tutelato dall’ordinamento, nel caso in cui raggiunge l'importanza del nome nell’identificazione sociale», replica. E poi spara un mirabolante elenco di «nomi d’arte» di ex parlamentari che partono da Marco «Giacinto» Pannella e arrivano alle vette onomastiche di Alberto Pincherle (Alberto Moravia) e Secondino Tranquilli (alias Ignazio Silone). È sera: a Montecitorio si fa melina, a palazzo Madama si combatte. Dopo il primo voto al Senato si sente il boato della curva di centrosinistra. Ma lo scrutinio non basta. Dopo il secondo voto è un vero e proprio urlo che sale: cronisti e parlamentari che accorrono sotto i televisori del Transatlantico, fumatori indefessi che abbandonano il giardino interno per capire cos’è successo: «Ha vinto Marini! Ha vinto Marini!», gridano ottimisti i deputati dell’Unione che sono vicino all’ingresso dell’Aula. Arriva Teodoro Buontempo, di An: «Mi spiace ragazzi, stanno ricontando». Un coro: «Anche lì? Non è possibile!!». Possbile, invece: telefonini incollati alle orecchie. Si apprende in diretta che c’è battaglia su tre schede su cui hanno scritto: «Francesco Marini». La battuta più bella della giornata la fa il diessino Pierluigi Bersani: «Tranquilli: so che il centrodestra ha fatto un gesto di galateo costituzionale». Come? Bersani sorride: «Sì, riconoscono la validità delle schede su “Francesco Marini”. Purché si annullino le altre 157 su Franco!». Per un attimo si ride, ma Prodi appare in mezzo al Transatlantico e interroga Castagnetti: «Come si chiama Marini, all’anagrafe, Francesco o Franco?». Castagnetti: «In questo caso non conta». Prodi e il suo braccio destro, Angelo Rovati, insorgono: «Come non conta?». Il leader dell’Unione incalza: «Il nome di battesimo è importante!». E Castagnetti, quasi sconsolato: «Ma il nome di battesimo è Franco...». Prodi se ne va. Nel capannello irrompe Enrico Letta: «Voto annullato dalla Sacra Rota!». Enrico Carra sorride: «Allora diventa importante il motivo...». Rovati strappa la risata: «Da noi si direbbe: pugnetta non consumata». Poco dopo le otto si chiude la terza votazione, con i risultati che abbiamo detto. I voti per D’Alema diventano un caso: «Sono quelli del centrodestra che lo fanno apposta», dicono i diessini. E il leader Maximo ci scherza su: «Tra me e Fausto facciamo il pieno...». Fabrizio Cicchitto, di Forza Italia, gioisce: «Sarà. Ma intanto hanno perso per strada 40 voti!». Uscendo Fausto Bertinotti mostra più interesse per l’annullamento al Senato che per i suoi voti: «Anche se avevamo straragione, avere un risultato condiviso è un fatto importante. Per questo siamo tranquilli, anzi tranquillissimi». Quel che resta nell’aria, però, è grande fatica per la democrazia divisa: scrutini ripetuti, incertezza che non passa. Alla buvette Buontempo consuma l’ultimo panino: «L’Unione al Senato sta ripetendo il nostro stesso errore del ’94, prova a far tutto da sola. Ma così si perde anche quando si vince». Stasera, anche nell’Unione, molti gli darebbero ragione.