Ungaretti e quei prosaici insulti a Montale

Che fosse tra i pidocchi e il fango delle trincee della prima guerra mondiale o sedesse nel cuore della Roma letteraria degli anni Trenta, tra i famosi tavolini del caffè Aragno, Giuseppe Ungaretti si distingueva per la sua indole fulminea e rancorosa. Forse era stato il suo inquieto errare, dalla natìa terra egiziana ai salotti parigini, ad accentuare i suoi innati impeti luciferini. Si dice che, come tutti gli umori difficili da frenare, dispensasse affetti e livori con la stessa facilità, in particolare sui suoi colleghi. Nessuno meglio di lui confermerebbe insomma il luogo comune secondo cui risentimenti, invidie e gelosie regnano da sempre nell’asfittica società dei letterati, sensibili alle critiche e ai flop altrui più che ai successi propri.
Oggetto delle idiosincrasie ungarettiane fu soprattutto Montale, suo rivale di prestigio nel Parnaso letterario novecentesco. Come racconta Libero Bigiaretti, scrittore marchigiano oggi ingiustamente dimenticato da pubblico e critica, il poeta del Porto sepolto non perdeva occasione per vomitare insulti sul rivale. Ad offrirgliene una volta l’occasione fu una signora incontrata durante un ricevimento che, incautamente, gli chiese un giudizio sul suo celebrato collega. Ungaretti «accolse la domanda con un sogghigno, poi con un rossore annunciatore di tempesta», ma riuscì momentaneamente a contenersi definendolo «un buon poeta». Poi, accortosi dell’improprio aggettivo usato, con «le narici frementi» si limitò a una meno lusinghiera definizione: «un poeta», per quanto «piccolo». Infine, «come non potesse più reggere al peso e all’orrore della menzogna», giunse alla liberatoria e definitiva confessione: Montale valeva zero, e come poeta era una «merda».
L’aneddoto è raccontato da Bigiaretti in due occasioni: prima, nel 1965, dalle colonne della rivista Successo, poi nella raccolta di ritratti raccolti nel 1976 nel volume Le stanze. Ma non si trattò di un’estemporanea dimostrazione di poco diplomatica antipatia. Più di trent’anni prima, Ungaretti si era servito dello stesso epiteto escrementizio: lo si legge in una lettera, datata 1933, scritta al giornalista Rafaele Contu, curatore della collana dei «Quaderni di Novissima». Questi aveva proposto di inserire nel catalogo in preparazione anche il nome dell’antagonista, ma Ungaretti ne ostacolò la cooptazione, sponsorizzando altri nomi, a suo giudizio non inferiori al troppo osannato poeta ligure. Dapprima abbozzò argomentazioni critiche, poi il suo contegno venne meno e alle insistenze di Contu, replicò abbandonando le mezze misure: «Sono del parere che Montale è m. E se ne può fare a meno, è tanto di guadagnato». Detto, fatto: l’autore di Ossi di seppia fu depennato dal progetto editoriale.