Ungheria, fu la base del Pci a salire sui tanks sovietici

Ruggero Guarini

A proposito dei fatti d’Ungheria: ha ragione Arturo Gismondi. La situazione in cui versa un Paese in cui può accadere che il rito delle celebrazioni del cinquantesimo anniversario di quella tragedia venga pubblicamente officiato da un grappoletto di vecchi e nuovi comunisti, del più illustre dei quali si ricorda che in quell’occasione si distinse salutando come portatori di pace e di libertà i carri armati sovietici che soffocarono quella rivoluzione nel sangue, come egli ha scritto domenica, è stramba e paradossale. Anzi è semplicemente ributtante.
Ha ragione anche Giancarlo Lehner. Ma non basta ricordare, come egli ha fatto sabato su questa pagina, che in quella circostanza Togliatti e l’intero gruppo del Pci, incitando Mosca a intervenire, recitarono la parte dell’istigazione a delinquere. Occorrerebbe aggiungere che essi, avendo svolto questo ruolo infame come rappresentanti politici un paese che aveva liberamente aderito al Patto atlantico, si macchiarono di una colpa che appartiene alla casistica dell’altro tradimento.
E ha ragione anche Lodovico Festa. È infatti più che giusto ricordare, come egli ha fatto nel suo lucidissimo articolo del 21 ottobre, che il Pci, nonostante la scelta di approvare l’intervento russo, riuscì «non solo a reggere ma anche ad avanzare». Tuttavia mi sembra esagerato sostenere che questo poté accadere, fondamentalmente, grazie alla «genialità di Togliatti». Nella quale Festa, dopo averle giustamente attribuito la creazione di un modello di partito cementato da un «formidabile senso di appartenenza», nonché irrobustito dalla costruzione di uno speciale rapporto col mondo della cultura, individua il principale dei molti fattori che in quella tragica estate del ’56 permisero a Togliatti e al gruppo dirigente del Pci di sposare «una causa tragicamente impopolare» senza dover temere conseguenze troppo laceranti, salvo piccoli episodi di dissidenza facilmente controllabili e assorbili come le timorose e rispettose dimissioni, che in effetti si ebbero, di alcune manciatine di intellos, quasi tutti del resto anelanti a tornare, alla prima occasione propizia, sotto l’ala protettiva del partito.
Dov’è in questa analisi il punto che a mio sommesso parere non tiene? È quello che lo stesso Festa segnala, senza volerlo, in maniera perfettamente antifrastica, con l’espressione «causa tragicamente impopolare». Alla base del Pci, ossia al nostro popolo comunista di allora - che era, come del resto quello di oggi, appassionatamente antidemocratico, antiliberale, antilibertario, antioccidentale e oscuramente totalitaria - nulla infatti sembrò più «popolare» della causa che in quell’occasione fu incarnata dai carri armati russi, e nulla sarebbe sembrato al contrario più «impopolare» di una scelta antisovietica. E questa sua passione viscerale non era una creazione di Togliatti. In lui essa trovò certamente l’astuto demagogo che seppe sfruttarla ai suoi fini, ma era già rannicchiata da anni nella pancia di un popolo che purtroppo, da quando esiste, in camicia nera o rossa, non ha mai avuto neanche una briciola di anima liberale.
Quali le cause della resistenza delle nostre masse popolari al virus della libertà? La parola ai tre amici qui interpellati.
guarini@virgilio.it