Uni-Capitalia: nessuna mira su Mediobanca

Escluse nuove acquisizioni. Geronzi: «È un sogno che si avvera»

da Roma

Il confine di Unicredit-Capitalia si è già spostato oltre, dopo la ratifica plebiscitaria della fusione (99,86% a Genova e 88,91% a Roma) formulata dalle due assemblee di ieri. I nuovi orizzonti del primo gruppo bancario in Italia e quarto in Europa si chiamano, da un lato, Mediobanca e Generali e, dall’altro, crescita.
Per quanto riguarda il primo versante, l’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, ha voluto ribadire che il nuovo gruppo non ha mire egemoniche su Piazzetta Cuccia. «Ci siamo impegnati - ha ripetuto - a cedere il nostro 8,68% ante fusione. Il patto di Mediobanca avrà un po’ più del 48% del capitale e noi avremo il 9,39% (la quota di Capitalia; ndr): siamo sotto al terzo necessario per vincolare le decisioni del patto».
Con 3 membri del consiglio di sorveglianza su 21, Unicredit eserciterà un ruolo di «minoranza rilevante». Se l’8,68% non sarà ceduto entro 15 giorni dall’efficacia della fusione, e quindi entro il 15 ottobre, «sospenderemo l’esercizio dei nostri diritti di voto», ha sottolineato Profumo. Identico discorso per la compagnia triestina. «Unicredit - ha precisato - non interviene assolutamente nella gestione delle Generali, che è una partecipata di Mediobanca sulla quale noi interveniamo nei limiti che ho indicato».
Non ci sono opzioni di crescita esterna. «Siamo concentrati sull’integrazione», ha poi dichiarato Profumo chiudendo la porta, almeno per il momento, a ulteriori aggregazioni. Escluso, quindi, un avvicinamento a Société Générale o a PopMilano, rimasta sola dopo il fallimento delle trattative con Bper. Sul fronte dismissioni, invece, Profumo ha affermato che le trattative con Ge Money per la cessione delle attività polacche di Bph «non sono interrotte». L’ad si è mostrato ottimista sui conti di fine anno annunciando che sarà superato «l’obiettivo di utile per azione di 0,56 euro», che «non ci sono rischi» e che anche nelle sinergie con Capitalia si potrà fare «meglio di quanto indicato» (1,2 miliardi la stima lorda).
Se a Genova si guardava al futuro, a Roma il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, ha dovuto insistere più volte nel ricordare ai soci che la fusione non rappresenta «un sogno che svanisce, ma che si realizza».
Ciononostante, ha dovuto in qualche modo «incassare» l’astensione dell’Ente Cassa di Risparmio di Roma sull’integrazione, astensione motivata dal timore della scomparsa «dell’ultimo presidio bancario del Centro-Sud». Geronzi si è speso per tranquillizzare gli animi sugli esuberi («Non ci saranno grossi problemi») e sul valore dell’operazione («Profumo ha pagato il prezzo giusto»). La possibilità per gli azionisti Capitalia di esercitare il recesso sarà invece demandata al cda Unicredit del 18 settembre: se ci dovessero essere impatti sui ratio patrimoniali, si potrebbe modificare lo statuto di Piazza Cordusio eliminando il tetto di voto al 5%. Ieri in Borsa Unicredit e Capitalia hanno chiuso sostanzialmente invariate.