Gli unici a non combattere sono quelli del Pdl

(...) I vinti? I vinti, elettoralmente parlando, hanno dimostrato di meritare ampiamente la sconfitta. Un’opposizione totalmente allo sbando si è lasciata attirare nella rete tesa dal centrosinistra che, non sapendo come giustificare la figuraccia, ha portato il discorso sulla solita tiritera dei valori della resistenza e della libertà. Argomento non all’ordine del giorno ma sempre utile per uscire dalle secche. Lì Forza Italia, Lega e Lista Biasotti hanno iniziato a boccheggiare. Non hanno chiuso subito il discorso con un via libera a posizioni assolutamente condivisibili quanto fuori tema condizionandolo magari alla disponibilità della sinistra di fare chiarezza sul reale punto in discussione. Hanno lasciato i soli Gianni Plinio e Matteo Rosso a incalzare un Burlando trasformato in puntina da giradischi che ripeteva stancamente la storiella della «leggerezza». Anzi, quando è stato il momento delle repliche, a Matteo Rosso è subentrato persino il vice capogruppo Gino Garibaldi (il capogruppo Gabriele Saldo è risultato assente quasi sempre durante il dibattito, salvo rilanciare nel pomeriggio un comunicato sull’edilizia scolastica) preoccupato solo di ribadire che i valori della resistenza appartengono al suo gruppo. Come se non fossero state sufficienti le chiarissime parole del premier Silvio Berlusconi e del presidente della Camera Gianfranco Fini, abilmente citate dallo stesso Burlando solo per la parte a lui favorevole.
L’opposizione, eccezion fatta per il «formalmente richiamato» Plinio e lo «zittito» Rosso, non ha battuto ciglio quando Burlando, nella sua non spiegazione dell’accaduto, ha rimproverato allo stesso Plinio la richiesta di una corona di fiori al sacrario della Rsi, come segno di vera pacificazione nazionale. E lo ha fatto con una dichiarazione agghiacciante: «Io non porto la corona alla Rsi, ma d’altra parte lei non ha mai portato una corona ai brigatisti rossi uccisi nel covo di via Fracchia». Non una gaffe, non una scivolata involontaria, ma un’equiparazione ribadita da Burlando più volte: combattere una guerra, anche se dalla parte sbagliata ma pur sempre in un esercito regolare, e perdere la vita nella convinzione di servire comunque la Patria, è secondo Burlando come fare il terrorista.
Alle urla scandalizzate di Plinio ha fatto da contraltare un rigoroso silenzio del resto dell’opposizione, che addirittura non aveva neppure individuato un terzo consigliere da far intervenire, come convenuto nella riunione dei capigruppo, per illustrare la mozione di censura al presidente della giunta. Il quale ha poi avuto buon gioco nel ribadire che non è sua intenzione fare luce sui responsabili dello sbianchettamento delle armi. Nessuno gli ha neppure fatto notare le ripetute contraddizioni in cui è caduto. Dopo aver ripetuto che si è trattato di un errore veniale, ha più volte smentito il suo stesso comunicato stampa. Il giorno dopo la figuraccia nazionale dei manifesti taroccati, Burlando aveva giustificato l’ingenuità con la volontà di «non riproporre la crudezza di quel momento storico». Ieri, in consiglio regionale, si è invece più volte chiesto «come sia possibile dire che lo abbiamo fatto per non mettere armi in mano ai partigiani. Sarebbe bastato mettere un’altra foto. Anzi, nei precedenti manifesti, abbiamo sempre messo partigiani armati fino ai denti». È riuscito a svelare le motivazioni dei falsificatori e garantirne l’esatto contrario. Non male, per uno che non se sapeva niente.
Inutile anche per Plinio e Rosso tentare di far luce sul documento con la firma «negata» dal dirigente preposto, da quel dirigente che non ha voluto avallare il manifesto taroccato. Burlando, che dall’inizio della vicenda non ha mai neppure chiesto scusa preferendo scaricare la colpa su ignoti collaboratori, ha ribadito ieri che non è giusto cercare di fare chiarezza. Che la cosa è finita lì, non accettando quindi di mostrare un documento pubblico come quello firmato da qualche altro dipendente della Regione, forse neppure da un funzionario. Su questo, uno dei punti più deboli della difesa debolissima della coppia Burlando-Ronzitti, non una parola del centro-destra. Che d’altra parte ha lasciato passare sotto silenzio anche un altro attacco gratuito del governatore. «Cito - ha aggiunto il presidente della giunta durante l’intervento difensivo - il partigiano Massai, detto il Santo: “La campagna di stampa che ha preso spunto da questa circostanza per fare la solita tirata sulla resistenza e i suoi presunti errori è una vergogna cui siamo abituati”. Ecco - ha chiosato Burlando - devo aggiungere altro?».
No, certamente. Il messaggio di Burlando è stato chiarissimo. La colpa è di Plinio che non accetta l’equiparazione dei repubblichini ai brigatisti rossi. E infatti è stato censurato dal «coimputato» Ronzitti. Il Giornale si deve vergognare per la campagna di stampa che ha fatto osando sbugiardare i falsari della storia. E infatti persino il centrodestra, escluso Matteo Rosso, si è vergognato dei suoi articoli. Chi ha una maggioranza che (con la sola eccezione di Roberta Gasco dell’Udeur che non ha votato gli ordini del giorno) riesce a presentare e far passare un documento con il quale «approva integralmente» il suo comportamento, ha diritto di fare e dire quello che vuole. E con un’opposizione così, Burlando avrebbe persino potuto fare il bel gesto di dimettersi per finta. Tanto, per paura di passare da repubblichini (cioè da brigatisti rossi), persino i consiglieri di Forza Italia lo avrebbero supplicato di restare in sella.