Unicredit apre la partita dell’aumento

In alcune situazioni è difficile comprendere se sia il passato ad allontanarsi lentamente o il futuro a iniziare con molto ritardo. Unicredit non fa eccezione a questo paradosso temporale. Un anno fa Alessandro Profumo abbandonava l’istituto di Piazza Cordusio, «silurato» da un parterre di azionisti che non aveva gradito né l’ingombrante partecipazione del socio libico né la performance poco brillante sia dal punto di vista gestionale che borsistico. Un anno dopo i problemi si sono ripresentati identici al nuovo ad Federico Ghizzoni. Né può considerarsi motivo di estrema soddisfazione il fatto che nell’ottava appena trascorsa i titoli di Piazza Cordusio abbiano guadagnato oltre il 10% riportandosi in un paio di sedute sopra quota 1 euro (salvo poi chiudere la settimana a 0,95). Il piano industriale è in fase di gestazione da mesi e il cda di martedì 18 potrà fornire qualche dettaglio in vista della presentazione attesa il 14 novembre.
Il nodo cruciale è quello della ricapitalizzazione, rinviata in attesa che il Financial Stability Board emani le nuove regole sulle Sifi (le istituzioni finanziarie di rilevanza sistemica). Dal G20 dei ministri economici di Parigi è trapelato che il capitale aggiuntivo Tier1 rispetto alle norme di Basilea III richiesto ai conglomerati internazionali dovrebbe essere pari a circa l’1-2,5%, standard inferiore al temutissimo 3,5 per cento. Quindi l’aumento dovrebbe attestarsi tra i 7,5 e gli 8 miliardi di euro stimati dalle principali case d’affari.
Una cifra difficile da raccogliere vista la scarsa predisposizione dei principali azionisti a mettere mano al portafogli. Le Fondazioni (Cariverona, Crt, Cassamarca) sono sul piede di guerra perché costrette a drenare risorse dalla beneficenza. E anche Allianz ha cominciato a mandare messaggi in codice: l’esposizione su Unicredit è ben superiore al 2,048% detenuto e si avvicina agli 8 miliardi. Il country manager Enrico Cucchiani ha detto che l’aumento «sarà esaminato nelle sedi opportune con grande attenzione». Il significato è chiaro: perché la partnership continui occorre reciproca soddisfazione.
Non è un puzzle facile da ricomporre per Federico Ghizzoni perché, oltre alla ricapitalizzazione, c’è un altro tema caldo: la svalutazione degli avviamenti (20,43 miliardi a fine 2010). L’esempio più tragico è quello della controllata kazaka Atf: acquistata nel 2007 per 1,5 miliardi, alla fine dell’anno scorso è stata computata in bilancio per poco più della metà. Logico ipotizzare che l’emissione di nuove azioni non possa risolvere tutto. Il mercato si esercita su opzioni alternative e/o aggiuntive come la cessione di asset (i fondi di Pioneer o qualche controllata estera anche se l’Est Europa è strategico) e come l’ingresso di nuovi soci. Si parla di fondi cinesi - già presenti come minoranze - e di quello sovrano di Singapore. Un sentiero da esplorare considerato che le «famigerate» quote libiche (il 2,6% della Libyan Investment Authority e il 4,6% della banca centrale) sono congelate da marzo.
Ghizzoni dovrà trovare una soluzione perché con il rinnovo del board a primavera i malumori dei soci, Fondazioni in testa, potrebbero nuovamente individuare nel top manager e nel presidente Dieter Rampl una valvola di sfogo.