Unicredit via dal «Corriere», il patto compra

da Milano

A novembre l’addio a Pirelli, ieri quello a Rcs: Alessandro Profumo accompagna Unicredit fuori dal salotto finanziario che controlla il Corriere della Sera. Il pacchetto, frutto dell’eredità Capitalia, è passato in mattinata sul mercato dei blocchi per un controvalore complessivo di 48 milioni: 3,196 euro il prezzo per azione, pari alla media - come vogliono le regole del patto presieduto da Giampiero Pesenti - delle quotazioni Rcs nei 45 giorni precedenti e nei 30 successivi alla lettera del 13 dicembre con cui la superbanca annunciava il disimpegno. Se paragonato al valore di carico (62,8 milioni a fine settembre; 59,8 milioni il costo storico), non un grande affare per Profumo che dimostra però la propria determinazione nel tagliare i legami non strategici per la missione europea di Unicredit come era già avvenuto nei confronti di Fiat e di Generali. Capitalia era entrata in Rcs (ieri meno 2,5% a 2,6 euro) al momento della risistemazione della quota in mano alla Gemina dell’era Romiti.
A suddividersi i circa 15 milioni di titoli Rcs, poco più del 2% del capitale, sono stati gli altri grandi soci del patto che mantiene, quindi, inalterata la propria presa sul gruppo editoriale (63,5%). Con l’eccezione di Fiat (10,3% sindacato) e di Fondiaria-Sai (5,25%) che hanno rinunciato alla propria quota-parte lasciando fermo il proprio impegno.
I più disponibili ad aprire il portafogli sono stati, invece, la Merloni Invest di Francesco Merloni e il numero uno di Tod’s, Diego Della Valle, che hanno ritirato l’inoptato. Il primo si è portato a ridosso del 2% mentre l’imprenditore calzaturiero si è arrampicato al 5,4% subentrando a FonSai e Pirelli (5,24%) nella quarta posizione nel libro soci di Rcs alle spalle di Mediobanca, del Lingotto e del gruppo Pesenti (7,4%). Non poteva fare di più, peraltro, Piazzetta Cuccia, che ha arrotondato dello 0,44% la propria quota sindacata proiettandola al 13,7%: considerando le azioni fuori patto, la merchant bank è infatti prossima al 15% di Rcs, il limite fissato dalle norme sul patrimonio di vigilanza.
In salita pro-quota anche gli altri grandi soci: da Generali (3,7%) alla Sinpar dei Lucchini (2%), da Mittel (1,28%) alla Er.Fin. di Roberto Bertazzoni, fino a Edison (1%). Ma il patto scade tra un anno: in attesa, oltre al gruppo Toti e ai Benetton, c’è Giuseppe Rotelli cui fanno già capo (tra acquisti diretti e opzioni) il 10% dei diritti di voto.