Unicredit e Intesa alla prova dei conti

Dopo i big dell’industria italiana questa settimana saranno le grandi banche a iniziare a mettere a nudo i conti trimestrali. Un passaggio delicato dopo quello degli stess test che farà capire, insieme al giro di boa della prima parte dell’anno, fino a che punto il credito è riuscito a difendere i margini e la stabilità della raccolta in un contesto reso più complesso dall’attacco al debito sovrano europeo.
La prima a srotolare la trimestrale sarà oggi Carige, poi gli appuntamenti più attesi con i pesi massimi del sistema: mercoledì Unicredit e venerdì Intesa Sanpaolo, mentre per il Monte dei Paschi occorre attendere fino al 26 agosto, lo stesso giorno del Banco Popolare, e fino al 29 agosto per il gruppo Ubi.
Il mercato non ha ancora terminato di esercitarsi sulle previsioni, ma nelle sale operative è diffusa l’idea che, come è accaduto per le colleghe europee, le banche italiane mostreranno conti decisamente poco vivaci e in molti casi in frenata rispetto a quelli di marzo. Tanto che alcuni analisti già ipotizzano che il mercato abbasserà il consensus, senza contare la crescente preoccupazione per l’impatto sui conti delle tensioni sui Bot e i Btp comprati a piene mani delle banche. Quanto a Unicredit gli esperti prevedono profitti netti per 471 milioni a fronte di 6,48 miliardi di ricavi e di un margine di interesse pari a 3,9 miliardi: la stima si basa sulla «sensazioni» di 21 broker italiani ed esteri: negli ultimi 3 mesi in Piazza Affari il titolo ha ceduto il 29% fino a chiudere venerdì a 1,2 euro. Per Intesa non è ancora disponibile una media ragionata, ma alcune case di analisi posizionano l’utile atteso tra 800 e 900 milioni, a seconda di quale sarà l’impatto di alcune componenti straordinarie: il titolo venerdì valeva 1,6 euro (-27% da maggio). Il gruppo guidato da Corrado Passera è osservato con prudenza proprio per il marcato peso in portafoglio dei titoli emessi dal Tesoro, mentre il gruppo di Federico Ghizzoni viene monitorato per l’elevato cost/income delle attività italiane e per verificare l’effettivo contributo dell’area corporate e investment banking. Ma il grande interrogativo resta se il gruppo chiederà ai soci quattrini per rafforzare il capitale come hanno già fatto gli altri big: il passaggio decisivo è il nuovo piano industriale pronto entro fine anno.
L’industria creditizia, ricorda un banchiere d’affari, è ostaggio dell’elevato costo della raccolta e della difficoltà «politica» di trasferire tali oneri a valle con un generalizzato aumento dei prezzi dei mutui e dei finanziamenti a famiglie e imprese: secondo l’ufficio studi di Mediobanca, alla fine di marzo sulla schiena delle banche c’erano già 87 miliardi di crediti deteriorati, il doppio rispetto al 2008. Il problema del costo della raccolta appare tuttavia più pronunciato per le Popolari e i gruppi di medie dimensioni. In ogni caso la variabile dei costi, anche quelli di governance, non è più in equilibrio a causa della frenata di margini e ricavi; tanto da lasciare supporre che i tagli di personale siano solo all’inizio (nel fine settimana Intesa ha trovato l’accordo con i sindacati per 8mila esuberi, tra pensionamenti e azioni di riqualificazione). Questo quadro fosco non convince però il capo degli investimenti di Schroders Italia, Mario Spreafico che si attende invece trimestrali «in genere positive» e ridimensiona il problema del peso della raccolta, visto che le banche continuano a essere molto lente anche nell’adeguare i tassi attivi riconosciuti ai clienti.