Unicredit e Intesa al top in Europa ma la crisi si fa sentire sulle banche

A fine marzo utili dimezzati da 7,1 a 3,7 miliardi

da Milano

La grande epidemia dei mutui subprime ha fatto sentire i propri effetti sul credito di tutta Europa. Nel 2007, tuttavia, il sistema bancario italiano ha trovato nel laboratorio delle fusioni un «antidoto» abbastanza forte per mantenersi in salute: oltre 20,2 miliardi i profitti complessivi registrati. Tanto che Unicredit ha recuperato tre posizioni in classifica diventando la terza realtà del Vecchio Continente per capitalizzazione e Intesa Sanpaolo ha conquistato il quinto posto. La diagnosi è dell’Abi che è però tornata anche a lamentare il giogo delle tasse: una risposta, perlomeno indiretta, alla stretta fiscale preannunciata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Il risiko spinge il sistema. Lo scorso anno sono saliti complessivamente del 17% gli utili dell’industria del credito tricolore che ha così superato quota 20 miliardi. Tutto questo, però, considerando i cinque miliardi iniettati dal risiko: sostanzialmente la conseguenza della rivendita di sportelli completata dai supergruppi perlopiù per rispettare i paletti posti dall’Antitrust di Antonio Catricalà. Senza questo «antidoto» infatti, il monte dei profitti sarebbe sceso di quasi il 10%, stima l’associazione del settore diretta da Giuseppe Zadra.
A marzo utili dimezzati. Ancora peggiore la tendenza nel primo trimestre di quest’anno, quando l’utile dell’industria del credito si è quasi dimezzato a 3,74 miliardi, contro i 7,1 di dodici mesi prima». Ma la crisi finanziaria internazionale ha fatto accendere un’altra spia nei laboratori dell’Abi: nel 2007 la media del Roe è calata dal 14,1% al 12,6 per cento. Senza contare che, una volta depurato l’effetto delle dismissioni e degli oneri di integrazione del riassetto, il divario si allarga: 11,2% il valore rettificato nel 2007 contro il 15,3% di un anno prima. La crisi però, secondo Zadra, resta lontana visto che la redditività è comunque buona e che le banche, continuano «a generare valore, anche se la diminuzione è sensibile».
Il sorpasso in Borsa. Ad aiutare gli istituti della Penisola a tenere la rotta è anche l’importanza dell’attività retail (in sostanza i servizi alle famiglie) sul bilancio complessivo. L’opposto di quanto accade a molti grandi gruppi internazionali; più sbilanciati verso i prodotti strutturati e l’investment banking (le due aree direttamente colpite dai subprime) e già costretti a chiedere mezzi freschi ai soci.
Ecco perché le banche estere sono da tempo penalizzati in termini di quotazioni. Di conseguenza tra maggio 2007 e oggi i banchieri di casa nostra hanno recuperato posizioni nella classifica europea delle capitalizzazioni guidata da Hsbc. Il sistema Italia conta ora due dei primi 5 big: Unicredit, malgrado sia molto lontana dai 100 miliardi di capitalizzazione toccata sull’euforia dell’acquisto di Capitalia, si colloca al terzo posto e Intesa al quinto, a discapito di Ubs e Rbs che erano seconda e terza ma sono cadute vittime dei mutui Usa.
Tremonti e il peso del Fisco. L’Italia si conferma come uno dei Paesi a più alta tassazione, sottolinea l’Abi, secondo cui il credito sconta «un differenziale di 7 punti percentuali rispetto alla media europea»: 31,1% contro il 24,1 per cento. Uno aggravio notevole visto che, nota sempre l’Abi, anche considerando le imposte richieste agli altri settori, gli istituti di credito appaiono penalizzati: nel 2006 il divario a sfavore delle banche era del 3,18% anche se in calo rispetto al 4,49% del 2005. Forse un tentativo di porre un argine all’idea di Tremonti di recuperare gettito proprio dal mondo bancario-assicurativo oltre che dalle major del petrolio.