Unicredit fa pulizia e perde 10 miliardi

«Io in Unicredit investirei». Parola dell’ad Federico Ghizzoni, al termine di una giornata passata a spiegare al mercato il nuovo piano al 2015 per fare di Unicredit una banca «solida come una roccia». E, soprattutto, quella maxisvalutazione da 9,8 miliardi nel terzo trimestre che ha determinato 9,6 miliardi di rosso. Nemmeno l’analista più critico se l’aspettava.
Nessun operatore avrebbe immaginato che su 9,3 miliardi di perdita nei primi nove mesi del 2001 ben 8,6 miliardi sarebbero giunti dalla svalutazione degli avviamenti (scesi da 20,2 miliardi a 11,5), che non sono attivi tangibili, ma una rappresentazione della potenzialità di un’azienda a produrre utili. Unicredit, tra l’altro, ha portato a zero gli avviamenti della controllata kazaka Atf e di quella ucraina Ukrsotsbank (che tra 2007 e 2008 costarono oltre 3 miliardi di euro).
Altri 700 milioni sono imputabili alla svalutazione dei marchi (tra i quali Banca di Roma e Banco di Sicilia) e 480 milioni alle partecipazioni (-404 milioni su Mediobanca, 40 milioni dei 170 spesi per Fonsai). Per l’istituto di Piazza Cordusio è una «pulizia di bilancio» che non tocca i fondamentali della banca (svalutare un avviamento è meno grave che svalutare un credito o una partecipata), però per il mercato quei 9,8 miliardi di svalutazioni complessive hanno rappresentato una cifra incredibile. E il titolo a Piazza Affari ha perso il 6,18% a 0,774 euro.
Per Ghizzoni la banca «ora ha un bilancio forte» e con l’aumento da 7,5 miliardi, varato all’unanimità da comitato strategico e cda e già sottoscritto dal maxi consorzio capeggiato da Merrill Lynch e Mediobanca, nessun obiettivo futuro è precluso. Il cda di Fondazione Cariverona, primo azionista col 4,98%, si riunirà il 23 novembre, mentre il 7,5% in mano a investitori libici resta congelato. «È loro intenzione restare nel gruppo», ha precisato Ghizzoni alludendo alla possibilità che di qui a due mesi la situazione cambi ed escludendo contatti «diretti» con nuovi soci cinesi.
La scelta di ricapitalizzare nella fascia alta del range (su 3 miliardi di cashes Mediobanca 2,4 sono capitale primario) è dovuta alla volontà di «non avere altre sorprese nel breve» da parte delle Autorità di vigilanza (Fsb, Eba e regolatori nazionali). Anche per questo motivo nel 2011 non saranno distribuiti dividendi. L’intenzione, però, è quella di tornare alla cedola nel 2012 con payout superiore a quello dei competitor (44% nel 2013 e 39% nel2015), scelta che, almeno per il momento dovrebbe aver tranquillizzato le Fondazioni azioniste.
I target sono ambiziosi ma non irraggiungibili: 31,2 miliardi di ricavi nel 2015 con un tasso medio di crescita annua del 3,7%, costi operativi stabili e un utile netto di 6,5 miliardi a fine periodo (3,8 miliardi nel 2013). Il Core Tier 1, grazie alla ricapitalizzazione salirà dall’8,74% di fine settembre a oltre il 10% nel 2015. La strategia di Ghizzoni & C. si fonda su altri 3 pilastri: la liquidazione di asset non strategici per 48 miliardi e un’attività di funding basata sulla raccolta interna (con una spinta sui covered bond e sulle obbligazioni destinate alle clientela soprattutto in Italia). Inoltre sono previsti 1,5 miliardi di risparmi fino al 2015 in Europa Occidentale che contemplano 5.200 uscite in Italia tra turnover e prepensionamenti e una riduzione degli spazi delle filiali per 292mila metri quadrati.
Ultimo ma non meno importante la focalizzazione sull’attività di banca commerciale dedicata alla clientela retail e corporate con una forte espansione ad Est (Polonia, Russia e Turchia tra le altre), mentre in Italia si conta sul potenziamento del canale Fineco e su una riduzione del costo del rischio da 168 a 83 punti base a fine piano. In questi quattro anni Unicredit erogherà 17 miliardi di nuovi crediti alle famiglie e 33 alle pmi. Certo, se la crisi degli spread non si risolvesse i 40 miliardi di titoli italiani in portafoglio potrebbero diventare parte del problema.