Unicredit, Ghizzoni fa il pieno: aumento sottoscritto al 99,8%

Anche le ipotesi di uno stravolgimento dell’azionariato sarebbero da ridimensionare. La maxi operazione vede gli investitori stabili attestarsi sotto il 38%, l’esercito dei piccoli azionsiti assestato al 22% e gli istituzionali al 40-42%, grazie agli ordini di acquisto partiti perlopiù dal mercato anglosassone.
Ora Unicredit, che martedì 31 riunisce il consiglio di amministrazione, accelera la marcia di avvicinamento all’assemblea di primavera chiamata a rinnovare il board: Rampl ha già aperto le consultazioni con Fondazioni e soci esteri, l’esito più probabile è un consiglio più «corto» e dove i soci internazionali abbiano maggiore peso specifico. Bisognerà poi considerare i movimenti tra i soci italiani che registrano due ingressi eccellenti: il padrone della Tod’s, Diego Della Valle, e l’imprenditore-costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone. Entrambi sono accreditati di una quota inferiore all’1% ma a contare è la decisione di due protagonisti della finanza italiana di entrare nel salotto di Unicredit, primo azionista di Mediobanca. Prima di abbracciare Ghizzoni e Rampl, Caltagirone si è dimesso dal vertice del Monte dei Paschi e ieri ha limato ulteriormente la propria quota in Rocca Salimbeni scendendo sotto l’1 per cento. La partecipazione dovrebbe così attestare attorno allo 0,7 per cento. Caltagirone ha, infatti, comunicato a Borsa italiana di aver venduto un altro pacchetto di azioni Mps, il 23 gennaio, pari allo 0,63%.
Ma grande è stato anche il movimento di altri investitori privati. De Agostini ha sottoscritto i diritti collegati al prestito Cashes da 100 milioni di euro già in portafoglio. La famiglia di Novara detiene così una quota pari allo 0,11% di Unicredit. E sempre tra i privati il patron di Luxottica, Leonardo Del Vecchio ha raddoppiato la quota portandosi all’1%, mentre si sono diluite la Famiglia Maramotti (attorno all’1%) e i Pesenti (0,3%). Non è entrato, invece, nella partita il presidente di Geox, Mario Moretti Polegato. Da considerare poi il «nocciolino» duro coagulatosi intorno alla Alessandro Proto Consulting: in tutto l’1,2%, ma il team arruolerebbe investitori come il magnate americano Donald Trump e il re della vodka russo Tariko Roustam.
L’aumento ha poi decretato un peso minore per le Fondazioni italiane: a corto di liquidità anche perché lasciate a secco di dividendi, il fronte dei grandi soci storici di Unicredit possiede ora il 12% di Unicredit. A limare la quota sono state Cariverona, Carimonte e anche la più piccola Manodori, mentre Fondazione Crt rimane al 3,3%. Sarà meno forte anche la voce dei soci libici: la Banca Centrale di Tripoli scenderà dal 4,9% al 2,8% e il fondo sovrano Lia dal 2,5% all’1,5 per cento. Sempre tra gli arabi, il fondo di Abu Dhabi, Aabar, ha rastrellato fino al 6,5% del capitale per poi scendere, post aumento, al 4,9 per cento. Più consistenti le manovre di Capital Research che si è rafforzata e ha raddoppiato la sua quota al 5,4%, mentre Blackrock ha confermato il suo pacchetto al 3,1 per cento.
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