Unicredit, grandi soci esteri verso il 30%

Come un salmone che si rispetti, il titolo Unicredit continua a risalire la corrente. Ieri le azioni hanno chiuso in rialzo del 13,5% a 2,9 euro e i diritti d’opzione sono saliti del 47% a 1,71. Da venerdì scorso, ultimo giorno della quotazione prima dello stacco dei diritti, per la prima volta si è rivisto il segno «più»: 4,61 euro contro i 3,98 del 6 gennaio, pari al 15%; tanto ha recuperato Unicredit dopo l’aumento di capitale, riducendo al 27% la perdita subito dopo l’annuncio dello scorso 3 gennaio.
In questa fase è però accaduto di tutto, con grandi soci in manovra per cercare di sottoscrivere l’aumento ai prezzi più convenienti e molti piccoli risparmiatori rimasti invece incagliati con i vecchi titoli che precipitavano. Informazioni ufficiali non ce ne sono: per comunicare la variazione di partecipazioni rilevanti ci sono cinque giorni (di Borsa aperta) di tempo. Dunque se ne riparlerà, forse, dalla prossima settimana. Ma qualcosa si muove e l’indiscrezione del Giornale di ieri, secondo la quale il fondo sovrano del Kazakistan avrebbe chiesto a Bankitalia di salire oltre il 2% puntando a una quota vicina al 5%, è stata smentita solo in parte dal Samruk Kazyna Fund, che ha comunicato che la notizia dell’acquisto del 5% «non corrisponde alla realtà». Contattato dal Giornale per avere precisazioni sull’eventuale entità della quota di capitale detenuta o in procinto di essere tale in azioni, diritti o derivati, lo stesso fondo non ha (fino al momento di andare in stampa) fornito alcuna risposta. Per quanto riguarda la Banca d’Italia, a cui qualunque azionista deve rivolgersi per rilevare una quota superiore al 2% di un’azienda di credito, si è limitata a non confermare i contatti con la ex repubblica sovietica. In realtà la presenza del fondo sovrano asiatico sarebbe più che un’indiscrezione e nei prossimi giorni dovrebbe venire alla luce, con un’operazione amichevole per la quale in Piazza Cordusio non si nasconde, nel caso, la soddisfazione. E a quanto si apprende dalle sale operative delle banche del consorzio, non sarebbe l’unica novità.
Di certo da questo aumento di capitale emergerà un assetto azionario di Unicredit rivoluzionario rispetto al passato, con il sorpasso definitivo dei grandi soci esteri su quelli italiani. Se fino al 2007, prima dell’aggregazione con Capitalia, la banca oggi guidata da Federico Ghizzoni aveva un parterre di azionisti italiani che, tra Fondazioni (vicine al 17%) e privati toccava il 20%, mentre le presenze straniere rilevanti si limitavano al 5% (gli ex soci Hvb e Allianz), oggi la situazione è capovolta. Anche nella geografia: stando alle dichiarazioni di sottoscrizione, il mondo delle Fondazioni arriva sì e no al 12%. Con altri soci privati di rilievo, compreso Alessandro Proto Consoulting, si può ipotizzare uno zoccolo del 15-16%. Mentre all’estero la quota di capitale stabilmente detenuta da fondi d’investimento, sovrani e privati (tra Libia, Abu Dhabi, Germania e Usa) è già del 19-20%. Ma potrebbe, con i kazaki e altri fondi dell’estremo oriente e del Golfo Persico, arrivare fino al 25, 30%. Per la gioia degli enti locali vicini alla Lega Nord e dunque alle Fondazioni di Verona, Treviso e Torino. Non a caso Ghizzoni ha ieri gestito da Milano conferenze telefoniche con investitori dell’Europa continentale e dalla prossima settimana sarà negli Usa per i road show.
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