Unicredit tra i 29 big: ora serve più capitale

Unicredit, come nelle previsioni, è stata inserita nella lista delle 29 istituzioni finanziarie di rilevanza sistemica globale (nome in codice: G-Sifi) dal Financial Stability Board (Fsb) che ieri al G20 di Cannes ha reso noto l’elenco.
La banca di Piazza Cordusio è l’unico istituto italiano. Nonostante Intesa Sanpaolo abbia una capitalizzazione leggermente superiore, è meno internazionalizzata rispetto al gruppo guidato dall’ad Federico Ghizzoni che può contare su una vasta ramificazione in Germania, Austria ed Europa dell’Est. La decisione dell’Fsb nell’ultima riunione presieduta da Mario Draghi (che sarà sostituito dal governatore della Bank of Canada Mark Carney) impatterà sulla stesura del piano industriale e dell’aumento di capitale.
Alle G-Sifi è infatti richiesto un «cuscinetto» di capitale primario (Core Tier 1) aggiuntivo compreso tra l’1 e il 2,5% degli attivi ponderati per rischio che dovrà essere raccolto tra il 2016 e il 2019 anche se dal prossimo gennaio partirà una prima applicazione delle normative, stilate per evitare altri casi Lehman Brothers. «La grande lezione della crisi è che il mondo ha bisogno di un meccanismo di risoluzione delle istituzioni finanziarie», ha spiegato Draghi. Dovrebbe così terminare l’epoca del «too big to fail» (troppo grande per fallire) e delle grandi iniezioni di capitale pubblico nei colossi in difficoltà.
Unicredit dovrebbe essere inserita nella fascia bassa delle richieste di patrimonializzazione anche perché l’Fsb non prevede la computazione a valore di mercato dei titoli di Stato in portafoglio. Tuttavia il rispetto di tale parametro dovrà essere conciliato con le richieste dell’Eba, l’Autorità europea di vigilanza bancaria secondo la quale per raggiungere quota 9% di Core Tier 1 sarebbero necessari 7,3 miliardi che potrebbero essere ridotti a 4,3 se la Banca d’Italia interpretasse come capitale primario i convertibili cashes da 3 miliardi in mano a Mediobanca.
La capitalizzazione del prestito in mano a Piazzetta Cuccia renderebbe più «praticabile» l’aumento che si cercherà di varare nel cda di lunedì 14 novembre. I corsi della Borsa, infatti, non sono fausti. Ieri a Piazza Affari Unicredit ha perso il 6,55% a 0,777 euro appesantita sia dall’incertezza del G20 sul fondo salva-Stati che dall’allargamento degli spread Btp-Bund.
Nel consorzio di garanzia sono attesi i leader degli altri aumenti (come Merrill Lynch e Mediobanca), ma con una ricapitalizzazione entro i 5 miliardi di euro sarebbe meno cogente cercare nuovi partner . I rumor accennano a fondi sovrani del Qatar e della Cina. «Attenzione ai fondi sovrani: i cinesi investono per comandare», ha ammonito il presidente di Fondazione Banco di Sicilia Giovanni Puglisi. Le Fondazioni sostengono il tandem Ghizzoni-Rampl e il loro aiuto non dovrebbe mancare. La richiesta di risorse sul mercato è una modalità aggiuntiva. Il nuovo piano industriale di Unicredit conterrà anche altre misure di razionalizzazione come la maggiore focalizzazione sulla banca commerciale, il contenimento dei costi (prepensionamenti inclusi) e la possibile cessione di asset minori. Ecco perché Ghizzoni sfrutterà il tempo disponibile.