Unicredit, i manager al test delle Fondazioni

Gli enti restano i soci di riferimento ma vogliono una verifica: Ghizzoni al sicuro, sotto esame la seconda linea

Due cose si possono già dire sull’aumento di capitale di Unicredit, che si concluderà il 27 gennaio. La prima, raccolta nelle sale operative delle banche del consorzio di garanzia, è che dopo la grande paura iniziale l’operazione si chiuderà senza quote significative inoptate: al massimo si arriverà al 95%, ma qualcuno si sbilancia anche fino al 98%.
La seconda è che, nonostante la rivoluzione geografica dell’assetto azionario, con l’ingresso di nuovi soci stranieri e sovrani o con la crescita di quelli già esistenti, le fondazioni italiane rimarranno il nocciolo duro di riferimento, soprattutto in chiave rinnovo dei vertici in scadenza a primavera. «Il loro ruolo - con una quota complessivamente intorno al 12% contro il 14% di prima dell’aumento - resta strategico», come ha detto proprio ieri l’ad Federico Ghizzoni. E il sindaco di Verona Flavio Tosi (grande socio di Cariverona, che terrà il 3,5%), interpellato in proposito si è detto sicuro che «il governo della banca resterà italiano e occidentale: questo ci dà serenità e ci rende ottimisti sul futuro». Il resto dell’azionariato, dopo i recenti annunci, vedrebbe il mondo arabo (tra Libia e Abu Dhabi) intorno al 12%; i grandi fondi Usa al 5-6%; Una possibile presenza asiatica di rilievo tra Singapore, Cina e Kazakistan; e l’incognita dei soci tedeschi: Allianz è al 2%, ma ci si aspetta l’emergere di un’altra presenza di peso.
In questo quadro, nel rapporto fondazioni banche ci saranno due novità: la prima consisterà nell’apertura di un dialogo con la componente estera; la seconda nella legittima pretesa, a fronte degli ultimi sacrifici finanziari sostenuti, di verificare la tenuta del management. Il che non riguarderà Ghizzoni: appena arrivato (poco più di un anno) ha saputo o dovuto fare due o tre «operazioni verità» tra cui 9 miliardi di svalutazioni sulle acquisizioni dell’era Profumo e un aumento di capitale monstre (7,5 miliardi) imposto dall’Eba che alla fine è andato in porto nonostante il clima pesante dei mercati di queste prime tre settimane dell’anno.
Le posizioni sotto esame, per le quali le fondazioni chiederanno una valutazione, sono quelle immediatamente sotto: dal direttore generale Roberto Nicastro, al coo Paolo Fiorentino, al direttore finanziario Marina Natale. D’altra parte il settore bancario è sottoposto, in tutta Europa, a pressanti verifiche sui manager. E l’Italia, come si è già visto, non fa eccezione. Nicastro, già vice di Profumo, è al centro dell’esame dei grandi azionisti italiani per l’andamento della banca sul territorio, ma non aiuta la circostanza che il dg si sarebbe mosso, ancorché con grande cautela, nella direzione di Intesa Sanpaolo quando, con l’uscita di Corrado Passera, si erano aperti nuovi scenari. Per quanto riguarda Fiorentino, che ha gestito alcune partite di peso come quella della Roma, la posizione appare più salda, ma comunque richiederà un test. Mentre circolano già da tempo le voci che Natale, ultima manager dell’era Profumo rimasta a presidiare un’area delicata come quella della finanza, possa essere prossima all’uscita. In proposito peserebbero alcune divergenze nella trattativa con alcune banche del consorzio. Peraltro, fonti della banca definiscono il tema-manager del tutto fuori luogo, specialmente ora che la squadra di Ghizzoni ha doppiato la boa dell’aumento. Resta il fatto che gli azionisti, unici padroni dell’istituto, intendono essere sicuri fino in fondo del prossimo assetto di comando.
Diverso il discorso per il presidente Dieter Rampl. Il suo desiderio è quello di restare ed è molto probabile che ciò avvenga. Tuttavia il tema andrà dibattuto anche con il mondo arabo e asiatico che sta prendendo forza e che potrebbe chiedere garanzie nella figura di un presidente condiviso.
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