Unicredit limita i danni dell’effetto crisi

Profumo: «In Mediobanca ci interessa solo creare valore»

da Milano

Pur in calo del 10% a 1,87 miliardi, alla fine del secondo trimestre nelle casse di Unicredit c’erano più profitti di quanto si aspettassero gli analisti, mentre l’investment banking della divisione Mib, quella su cui più si era allungata l’ombra spettrale dei subprime, era tornata in positivo.
È la spia che la superbanca sta arginando il virus che aveva contaminato i conti di marzo. Tanto che malgrado l’andamento dell’intero semestre (in questo caso l’utile è sceso del 30,4% a 2,9 miliardi), l’amministratore delegato Alessandro Profumo ha confermato gli obiettivi di fine anno. Ma il giudizio di Piazza Affari ormai era scritto: dopo una brutta mattinata, il titolo ha avuto un sussulto positivo (3,9 euro il picco della seduta) davanti ai conti semestrali, per poi invertire la rotta: meno 0,58% a 3,8 euro in chiusura, in linea con il comparto.
A pesare è stata sia la zavorra lasciata sulle Borse internazionali dall’andamento della disoccupazione americana, sia una più attenta lettura dei prospetti contabili di Unicredit: tra gennaio e giugno il risultato di gestione è diminuito del 24,8% a 5,6 miliardi (meno 23,5% a cambi e perimetri costanti). Senza contare che il margine di intermediazione, uno dei termometri del business bancario, è sceso del 9,6% a 14 miliardi. Resta il fatto, però, che la flessione del risultato di gestione si riduce al 2,9%, una volta esclusa la divisione Mib che nel secondo trimestre ha contribuito ai ricavi per 800 milioni mentre a marzo era in rosso per 295 milioni. A perimetro e cambi costanti sarebbe invece salito del 3,8% l’utile trimestrale di Unicredit che ha visto salire il peso del Centro-est Europa (più 24% i ricavi) mentre miglioravano il Core Tier 1 e il lavoro di banca retail: raccolta e impieghi sono cresciuti dell’8% e del 7,4 per cento. Il gruppo ha continuato la pulizia dai derivati (6,5 miliardi i conduit di Hvb) arrivando a 1,4 miliardi tra rettifiche e accantonamenti, oltre a prevedere un’ulteriore diminuzione del portafoglio Abs (i titoli di credito garantiti). Prosegue il contenimento dei costi soprattutto del personale (meno 2,8%) anche per ridurre un cost/income peggiorato dal 51,4% al 59,5%: meno 1.424 dipendenti in Italia complice la cura dimagrante di Capitalia. Risolto, invece, il contenzioso con Parmalat: Unicredit sborserà 271,7 milioni ottenendo la fine di ogni azione ostile da parte del gruppo alimentare.
Quando Profumo ha affrontato gli analisti, l’attenzione si è soffermata anche sulla decisione di Mediobanca, di cui Unicredit è il primo socio (8,6%) di abbandonare la governance duale: nell’ambito del riassetto, la superbanca come azionista guarda solo «alla creazione di valore», ha detto Profumo recuperando un distacco britannico davanti alle frizioni consumate tra i massimi vertici di Piazzetta Cuccia: da un lato gli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel, dall’altro il presidente Cesare Geronzi, uscito vincitore, che ieri ha consegnato al direttore del Sole24Ore Ferruccio de Bortoli, in un’intervista, il proprio disappunto.