Unicredit, Palenzona tira la volata a Rampl

«I libici hanno manifestato interesse a partecipare all’aumento di capitale e stiamo predisponendo i passaggi necessari per permetterlo». Il presidente di Unicredit, Dieter Rampl, ha ribadito quanto sostenuto dall’ad Federico Ghizzoni durante la presentazione del piano industriale: il nuovo governo di Tripoli, al quale afferiscono le quote «congelate» di Libyan Investment Authority (2,59%) e della Banca centrale libica (4,61%) è pronto a fare la propria parte e non ha intenzione di diluirsi nell’ambito della ricapitalizzazione da 7,5 miliardi di euro che dovrebbe partire a gennaio.
«Anche le fondazioni - ha aggiunto Rampl - stanno sostenendo l’operazione». Un’affermazione sostenuta e rafforzata dal vicepresidente di Unicredit ed ex numero uno di Crt Fabrizio Palenzona. «La Fondazione ha avuto il merito di sostenere sempre Unicredit in tutti i suoi sviluppi con un coraggio da leoni, senza mai tirarsi indietro e senza avere dubbi sui posti di potere», ha dichiarato.
Da queste parole discendono due conseguenze che già si erano prefigurate nelle scorse settimane. Il sostegno «coraggioso» segnala che l’ente torinese è pronto non solo a esporsi pro quota nell’aumento (mantenere il 3,3% costerebbe circa 250 milioni), ma anche sui diritti relativi alla conversione dello 0,89% detenuto in cashes (65 milioni) e a un eventuale inoptato. «Le soddisfazioni ritorneranno», ha tagliato corto.
La seconda conferma è relativa alla conservazione dell’attuale assetto di vertice della banca di Piazza Cordusio. «Rampl è un uomo che ha fatto molto bene alla banca e mi auguro che continui a farlo, poi sarà lui a decidere», ha concluso il vicepresidente rendendo esplicito il consenso alla sua riconferma nella prossima primavera. «C’è ancora molto tempo», s’è schermito il presidente.
L’istituto, intanto, sta mettendo a punto le strategie di attuazione del nuovo piano industriale. Ieri è stato presentato «Next Generation», un plafond di 300 milioni di euro di finanziamenti per i passaggi generazionali. Unicredit, che ha una quota di mercato del 15% in Italia con le imprese familiari, ha strutturato la proposta con un pacchetto studiato ad hoc. La platea interessata è di 10mila aziende nel prossimo triennio. L’approccio dell’ad Ghizzoni è facilmente leggibile: meno investment banking, più banca commerciale.
«Ci concentreremo sul segmento compreso tra i 5 e i 50 milioni di fatturato - ha spiegato il dg Roberto Nicastro - ma l’obiettivo è quello di utilizzare meglio le risorse sfruttando l’effetto-leva». La nuova offerta, infatti, non si esaurisce nella vendita di mutui ipotecario e chirografari ma prevede un sistema integrato di consulenza che aiuti le aziende ad affrontare il passaggio generazionale anche come occasione per ristrutturare l’indebitamento (se elevato) attraverso un maggiore impegno diretto dei soci. Alla parte finanziaria si affiancherà anche l’attività di private banking (guidata da Dario Prunotto) per aumentare il cross-selling. Nicastro ha colto l’occasione anche per sottolineare che dal neo ministro ed ex collega Passera attende un’accelerazione sia sul finanziamento delle infrastrutture sia sulle reti di imprese.
Oggi al Tribunale del riesame di Milano è fissata l’udienza sul ricorso di Unicredit per chiedere la revoca del sequestro preventivo di 245 milioni nell’ambito dell’inchiesta «Brontos» (operazioni di finanza strutturata che, secondo l’accusa, avrebbero mascherato una frode fiscale). Nel registro degli indagati è stato iscritto anche l’ex ad Alessandro Profumo.