Unicredit, dal piano uscirà una nuova Italia

Taglio ai dipendenti in Italia, con esodi volontari nell’ordine dei 4-5mila; dismissione o riorganizzazione di alcune attività domestiche, con possibile focus su equity business e leasing; riduzione dei rischi; svalutazione degli avviamenti nell’ordine di 8-10 miliardi su 21; aumento del capitale; sacrifici in termini di redditività e dividendi per 2011-2012; ripresa a regime dal 2013, con payout nell’ordine del 40%. Ieri, alla vigilia della domenica decisiva per mettere a punto gli ultimi dettagli, erano queste, messe una dietro l’altra, le indiscrezioni sulle linee guida del piano industriale di Unicredit, che prenderà forma oggi nelle riunioni dei comitati strategico e controllo rischi. Per poi approdare sul tavolo del cda di domani mattina, insieme con i conti del terzo trimestre e il bilancio dei primi 9 mesi 2011.
L’appuntamento è cruciale perché riguarda la banca più importante d’Italia, l’unica inserita nella lista dei 29 istituti mondiali definiti «sistemici» dalle autorità del Financial Stability Board. E perché cade nel momento più drammatico della crisi finanziaria dell’Europa, proprio quando al centro del mirino di tutto il pianeta c’è l’economia italiana. E proprio nelle ore in cui, a Roma, si sta trattando per il futuro assetto del governo del Paese. Solo così ce ne sarebbe abbastanza per rendere stressato Federico Ghizzoni, il ceo alla sua prima volta: nominato al posto di Alessandro Profumo poco più di un anno fa, il 56enne banchiere piacentino, una vita nel mondo Unicredit, è chiamato a dare la sua impronta e a convincere i grandi soci che, tra l’altro, di qui a qualche mese dovranno rinnovare l’intero board.
Le condizioni di partenza non sono le più rosee: da inizio anno il titolo è sotto del 45-50%, peraltro in linea con le altre grandi banche; e negli ultimi due anni, la Unicredit di Profumo ha già chiesto ai soci 7 miliardi di capitale fresco, effettuando emissioni di bond per altri 3. Ma non basta più, anche perché su Ghizzoni è capitata la mannaia dell’Eba, European Banking Authority, che manco esisteva ai tempi di Profumo (è nata nel novembre 2010), e che ora chiede 7,5 miliardi di nuovo capitale non senza aver suscitato polemiche e contrasti sulle pretese verso le banche italiane rispetto alle altre europee. Ma tant’è.
In realtà la parte relativa alla ricapitalizzazione, proprio per il clima pesante che grava sui mercati, non dovrebbe essere dettagliata nel piano. D’altra parte è sufficiente indicare una cifra, o anche un intervallo di cifra funzione di diverse variabili, e poi avere tutto il tempo per convocare l’assemblea e, ragionevolmente, pensare di definire l’operazione tra febbraio e aprile, quando scadrà l’impegno del consorzio di banche (guidato da Mediobanca, Bofa-Merrill Lynch e la stessa Unicredit e composto da altri 11 istituti) che garantirà l’operazione.
Il focus del piano vero e proprio sarà invece sui tagli di costi e sul percorso per mettere in sicurezza i flussi di liquidità senza pregiudicare l’attività di credito. In questo senso nelle ultime ore è tornata a circolare l’ipotesi (che il gruppo non conferma né smentisce) della vendita totale o parziale dell’equity business, cioè delle attività di negoziazione e ricerca, che potrebbe interessare al gruppo Kepler (anche come partner), che già ha fatto un’operazione simile rilevando il brokeraggio di Banca Leonardo. C’è poi il capitolo leasing, business che assorbe molto capitale e che è oggi accentrato, ma che potrebbe essere ripensato per alleggerire Unicredit e liberare risorse.