Unicredit, il salvataggio di Comuni e Regioni

I versamenti maggiori saranno delle Fondazioni (espressione di Comuni e Province) e della Regione Sicilia. I piccoli azionisti staranno alla larga per il prezzo troppo alto dell’aumento di capitale

da Milano

L’aumento di capitale da 6,6 miliardi di euro realizzato da Unicredit viene venduto come un’operazione di mercato. Si tratta, in realtà, di una nazionalizzazione: anzi, meglio, di una localizzazione.
Il gruppo Unicredit molto banalmente avrà così una leva di 1 a 26: e cioè un euro di cassa per ogni 26 euro di prestiti. Rappresenta, anche dopo l’aumento di capitale, la banca con più «leva» nel panorama italiano: Intesa Sanpaolo ha 20 e il Banco Popolare 22,5. Al termine dell’operazione avremo però una banca molto più «pubblica» e meno «public company», di mercato, di quanto la si voglia raccontare. Nonostante il dna e le dichiarazioni del suo top manager.
Le risorse verranno recuperate attraverso due stratagemmi. Il primo obbligando i propri azionisti a portarsi a casa nuove azioni di Unicredit al posto del dividendo: come si capisce, si tratta di un aumento di capitale forzoso. Il secondo escamotage è stato quello di fissare il prezzo dell’aumento di capitale a un livello ben superiore a quello a cui tratta oggi la banca. Le nuove azioni verranno infatti emesse a 3,08 euro contro una quotazione che oggi veleggia intorno ai 2,4. Ma c’è un paracadute. La parte di aumento di capitale che non dovesse essere sottoscritta (e quale piccolo azionista comprerebbe mai un’azione da Profumo il 25 per cento più cara di quanto possa liberamente fare in Borsa?) verrà incamerata da un nucleo di soci stabili (attraverso la forma di una obbligazione convertibile).
Questo nocciolo duro è fatto da una pattuglia di Fondazioni di diritto privato, ma di sapore pubblico. La Fondazione Crt, Cariverona e Carimonte porteranno sulle loro spalle gran parte dell’aumento. Insieme avranno più del 16 per cento della banca: e, ovviamente, hanno già fatto intendere che vorranno contare di più. Ma in ultima analisi chi comanda in queste Fondazioni? Lo statuto di Verona è chiaro. I 22 membri del consiglio generale sono tutti nominati dalla politica locale: dai 4 scelti dal sindaco di Verona fino all’unico membro riconosciuto al sindaco del Comune di Pieve di Cadore, passando per province e Camere di commercio. La musica non cambia in Crt. Se non che nella procedure di nomina gli enti locali, Regione e Comuni, debbono proporre una terna di papabili. Nella Fondazione Cassa di risparmio di Modena, ovviamente, a fare la parte del leone è l’amministrazione pubblica modenese, senza dimenticare però le realtà più piccole, come il Pavullo nel Frignano. I salvatori di Unicredit, in ultima analisi, sono i rappresentanti di comuni e regioni italiane che si muovono con lo schermo privato delle Fondazioni. Per la verità in un caso non c’è neanche lo schermo. La Regione Sicilia ha direttamente lo 0,6 per cento della banca. E il governatore Lombardo, a nome evidentemente dei suoi conterranei, ha già detto che sottoscriverà l’aumento di capitale.
Ricapitoliamo, perché la faccenda è intricata. I piccoli azionisti privati di Unicredit sottoscriveranno l’aumento perché obbligati dal fatto che verranno consegnate loro azioni al posto di un dividendo. E la restante parte di aumento (3 miliardi di euro) verrà sottoscritta grazie alla silenziosa compiacenza degli enti locali di mezza Italia.
L’operazione si doveva fare. E la soluzione trovata, in epoca di nazionalizzazioni, è un compromesso forse accettabile. Ma per favore non chiamiamola operazione di mercato.