Unicredit, titolo in caduta libera: -17%

L’aumento di capitale stritola i piccoli soci. Sconto ridotto dal 43 al 30%. Ma la banca non aveva altra scelta

In questi giorni di saldi, lo sbandierato sconto del «43%» sull’aumento di capitale da 7,5 miliardi di Unicredit in partenza lunedì, sembrava fatto apposta per far venire l’acquolina in bocca ai risparmiatori che, a ben pensarci, sono l’equivalente dei «consumatori» della finanza. Suona bene questa cosa dello sconto. E il 43% è tanta roba. Specialmente su un paio di scarpe o un vestitino da sera. Per i piccoli e fedeli risparmiatori, soci del gruppo guidato da Federico Ghizzoni, che hanno in pancia circa il 15% del capitale, una buona occasione? Nossignore. Anzi, una fregatura epica: in soli due giorni hanno perso il 30% del loro gruzzolo, dopo che nel 2011 avevano già lasciato per strada un altro 56 per cento. E, secondo le previsioni più fosche che si raccolgono nelle sale operative, l’agonia potrebbe continuare per tutto il periodo dell’aumento di capitale, dal 9 al 20 gennaio. E il famoso sconto? Tanto per cominciare si è già ridotto: dal 43% di mercoledì mattina al 30% di ieri sera. Perché? Facciamo due calcoli.

Ieri Unicredit ha chiuso a 4,48 euro, perdendo lo scherzetto del 17% in una seduta. L’aumento di capitale funziona così: i nuovi titoli costano 1,943 euro e sono offerti in opzione ai soci nel rapporto di due nuove azioni ogni vecchio titolo posseduto. Quindi, sulla base del prezzo di mercoledì mattina (prima dell’apertura del mercato), ogni titolo che valeva 6,33 euro dava diritto ad acquistarne due a 1,943 euro l’uno. Totale del valore di un singolo titolo post aumento (6,33+ 1,943+ 1,943 diviso per tre): 3,4 euro. Ed è su questo prezzo che si calcolava lo sconto.

Capite bene che non è esattamente la stessa cosa di acquistare un paio di scarpe in saldo. Infatti questo stesso calcolo dà oggi un prezzo finale del titolo diverso: non più 3,4 euro, ma 2,78: lo sconto è sceso al 30%. Che cosa significa tutto ciò?
Una cosa molto semplice: lo «sconto» non serve ai piccoli risparmiatori che, anzi, stanno vedendo i loro soldi diminuire sempre più. Basti vedere che in due giorni, da quando è stato annunciata la ricapitalizzazione da 7,5 miliardi che partirà lunedì, le vendite hanno ridotto la capitalizzazione di 3,5 miliardi: più del doppio dell’intera nuova operazione è andato in fumo prima ancora che partisse l’aumento. Allora lo «sconto», imposto dal consorzio delle banche (26 istituti guidati da Mediobanca, Bofa-Merrill Lynch e Unicredit stessa, per un totale di 250 milioni di commissioni) è stato fissato a quel livello perché dedicato ai nuovi soci.

Cioè a tutti quegli investitori, non stabili, che vendono per poi ricomprare a prezzi più bassi o che pagheranno il prezzo secco d’ingresso comprando i diritti o anche le vecchie azioni nella giornata di oggi. Specialmente se il titolo dovesse continuare a scendere. Questa mole di investitori, residente in ogni angolo del pianeta, vale - secondo cifre ufficiose mai confermate - il 40-50% del capitale: è evidente che senza di loro l’aumento di Unicredit, necessario per rinforzare la banca, nonché richiesto dalle autorità europee, non potrebbe andare in porto. Con conseguenze facilmente prevedibili.

Un’idea di questa storia l’aveva data a tutti il colosso delle gestioni Blackrock, comunicando alla vigilia dell’annuncio dell’operazione di aver venduto titoli Unicredit scendendo dal 4% all’1,7% del capitale, a prezzi ragionevolmente compresi tra 6 e 7 euro: il gruppo Usa (che da azionista con il 4% si può presumere fosse quantomeno bene informato sull’evolversi dell’operazione, oltre ad essere un investitore professionale) ha operato facendo una giusta valutazione sul prezzo del titolo: vendo oggi per ricomprare con il 30-40% di meno domani. Questo sì che è un vero sconto. Ma bisognava saperselo calcolare.

E da questo punto di vista non si sono visti molti report degli analisti che consigliavano di vendere il titolo. Eppure un’azione a così larga capitalizzazione che perde un terzo del suo valore in due giorni forse poteva valere almeno qualche «sell» da parte di chi per mestiere fa queste valutazioni. Mentre i recenti casi di Bpm e Fonsai (andamenti analoghi dei titoli sotto aumento di capitale) rappresentavano un precedente esemplare. Ma forse non ha aiutato il fatto che nel consorzio ci siano tutte le principali banche il che, per regolamento, impedisce agli analisti delle stesse di scrivere report o anche solo esprimere pareri sul titolo oggetto dell’operazione: no comment.

Detto tutto questo, va qui sottolineato che Ghizzoni (a capo del gruppo da solo un anno) non aveva di fronte a sé molte alternative. L’operazione monstre (terza di sempre in Italia e prima di gran lunga tra quelle bancarie) era stata imposta dall’Eba e pure in tempi stretti. Questo dell’andamento dei titoli è dunque, forse, il minore dei mali; il prezzo da pagare per avere una banca che esca forte da questo tunnel della crisi come si esce da una sanguinosa e lunga guerra. Ma certo ci si trova di fronte a un qualcosa di eccezionale. Non a caso la Consob ha ieri avviato accertamenti: la Commissione intende valutare se ci siano state violazioni della disciplina sulle vendite allo scoperto, prorogata lo scorso 11 novembre fino alla metà di gennaio.