Unione, due volti inconciliabili

Arturo Gismondi

Sulle missioni militari, e soprattutto sullo scoglio Afghanistan, Prodi ha deciso per il voto di fiducia. Valutati i pro e i contro, il premier ha finito per convincersi che era l'unico modo per mettere fine a un tormentone che per settimane ha impegnato lui stesso, i ministri degli Esteri, della Difesa e i partiti della maggioranza nel chiedersi se il primo governo della legislatura fosse destinato ad arenarsi sulle secche di un impegno ineludibile.
Avendo come contraenti l'Onu, la Nato, l'Unione Europea, vale a dire quel tanto di organizzazioni internazionali che il mondo ha saputo darsi. E tutto sull'altare di una parola, discontinuità, alla quale la sinistra alternativa ha legato la sua permanenza al governo: discontinuità, naturalmente, dagli impegni di politica estera assunti dal governo Berlusconi.
Gli ammonimenti di Napolitano, che nei giorni precedenti aveva ripetuto dinanzi ai giornalisti parlamentari che la reiterazione dei voti di fiducia non è segno di salute per il governo e per l'istituzione restano validi, anche se a futura memoria e con l'avvertenza esplicita del Capo dello Stato che egli non sarà «un testimone muto» del logoramento delle istituzioni. Sulla stessa linea, gli ammonimenti del presidente del Senato Marini, per il quale la via della contrapposizione permanente come regola di governo non è sopportabile a lungo e tanto più in una situazione come quella del Senato.
C'è piuttosto, nel triangolo costituito dalle massime cariche dello Stato, una possibile crepa che nasce dalla logica della loro elezione: Napolitano, Marini e Bertinotti sono stati eletti dalla coalizione vincente, ma l'ultimo è stato scelto da Prodi (che lo ha preferito a D'Alema) come garante ma anche come punto fermo degli attuali equilibri politici. E infatti, sul voto al Senato ha fatto un discorso tutto diverso.
La soluzione del voto di fiducia adottata al Senato con le motivazioni addotte dai senatori contrari, «non siamo d'accordo sull'Afghanistan, ma siamo perché questo governo viva», è una forzatura in regime parlamentare ed è destinata a dar vita a una contraddizione politica evidente.
La via imposta da Rifondazione, dai comunisti di Diliberto e dai Verdi, che hanno chiesto il voto di fiducia per risolvere i loro problemi interni, ha il risultato di trasformare il voto sul merito di un provvedimento specifico in un voto sulla sopravvivenza del governo.
Questo significa aprire la strada a una scissione fra la volontà politica delle forze che concorrono alla coalizione e l'esito istituzionale del voto, con un esecutivo che resta in carica nonostante il parere contrario dei singoli parlamentari o dei partiti sulle scelte politiche adottate.
Può verificarsi per questa via un paradosso, al quale stiamo in effetti assistendo. Poiché le divergenze nella maggioranza non riguardano solo il campo, pur decisivo, della politica estera ma investono un po' tutti gli argomenti, la vita economica, gli assetti sociali, gli ordinamenti stessi sui quali si basa la vita delle istituzioni, si può giungere alla conclusione di una sinistra che da una parte siede con i suoi uomini nel governo della Repubblica, dall'altra lo contesta avviandosi così lungo la via, rivoluzionaria davvero, del «partito di lotta e di governo» del quale parlava Enrico Berlinguer.
E infatti il ministro Di Pietro ha solo esasperato questa logica, sospendendo e anzi congelando sé stesso dall'incarico di ministro per capeggiare manifestazioni di piazza contro l'indulto, e contro il ministro titolare della Giustizia del suo stesso governo.
Sul piano più strettamente parlamentare, la via di una chiusura permanente che la sinistra estrema tende a imporre mira a un congelamento degli equilibri destinato ad assicurargli una comoda rendita di posizione.
Allo stesso modo, la via delle barricate impedisce che su temi riguardanti l'interesse del Paese si aprano spazi di convergenza con le opposizioni.
La Casa delle libertà è costretta, grazie alla fiducia imposta dal governo, a votare al Senato contro la proposta del governo e ciò nonostante tutte le ragioni che l'avevano portata, come è stato alla Camera, a un voto in linea del resto con le responsabilità assunte nella passata legislatura. Ed è, a guardar bene, il contrario di quelle intese sui temi che riguardano l'interesse del Paese sulle quali si sono soffermati negli ultimi tempi il Capo dello Stato e il Presidente del Senato.
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