Unione e America già ai ferri corti sul caso Calipari

Emanuela Fontana

da Roma

Dagli Stati Uniti arriva il primo «no» all’Italia del dopo-Berlusconi. La questione è sempre stata lacerante per i rapporti tra i due Paesi, l’uccisione del dirigente del Sismi Nicola Calipari a Bagdad mentre i nostri agenti stavano mettendo in salvo la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena. L’America non fornirà i nomi degli agenti che si trovavano al check-point, lo precisa una nota del dipartimento di Stato di Washington. In realtà il rifiuto è una pura formalità, perché quei nomi sono contenuti nel dettagliato rapporto del Ros dei carabinieri sulla tragica sparatoria del 4 marzo 2005. Ma è sempre un muro che gli Usa hanno posto come a voler archiviare la vicenda. Una partita chiusa per il governo Bush, che infatti utilizza l’espressione «in modo definitivo» per chiarire meglio il suo atteggiamento. «Il dipartimento di giustizia di Washington - si legge nella nota - nel formulare il cordoglio per la tragica morte del dott. Nicola Calipari e il rammarico per le lesioni riportate da Giuliana Sgrena e dal militare Andrea Carpani, in data 24 aprile 2006 ha comunicato in modo definitivo di non poter fornire ulteriori informazioni oltre a quelle contenute nel rapporto della Multi National Corps-Irak».
Nessuna reazione ufficiale è arrivata dal centrosinistra, che dovrà ora gestire la partita direttamente con la Casa Bianca. Nella sinistra radicale, Elettra Deiana, di Rifondazione, auspica subito una «commissione d'inchiesta». Il coordinatore dei Verdi Paolo Cento, invece, lontano dai periodi più barricadieri, media: «Il governo di centrosinistra è amico del governo americano e cercheremo di trovare le soluzioni diplomatiche», spiega al Giornale. Marco Rizzo del Pdci però avverte: «Gli Usa ci considerano di serie B. Finché continuiamo a pensare anche nel centrosinistra che la politica estera debba per forza passare dagli americani l’Italia rimarrà sempre subordinata. L’esempio deve essere Zapatero».
Per il governo uscente parla il ministro della Giustizia Roberto Castelli: la nota da Washington lo lascia «con l’amaro in bocca», perché «il ministero ha fatto di tutto, e anche di più, per avere una risposta diversa». Non ha poi giocato a favore della benevolenza americana la vicenda «delle polemiche con la procura di Milano, che possono aver influenzato questa decisione». Il Guardasigilli si riferisce alla richiesta di estradizione dei 22 agenti Cia coinvolti nel rapimento dell’imam Abu Omar. «Il diritto internazionale non prevede che le rogatorie siano strumento di baratto», gli ha risposto in polemica il capo del pool antiterrorismo milanese, Armando Spataro. «Non si occupi di politica», gli ha controreplicato Castelli.
Secondo Paolo Cento, «non c’è uno sgarbo pregiudiziale dell’amministrazione Bush nei confronti del governo di centrosinistra». Il «no» conferma «la scarsa collaborazione se non una vera e propria omertà nell’accertamento della verità» sulla vicenda dell’uccisione di Calipari. «Il governo di centrosinistra non è nemico del governo americano - precisa -. Abbiamo la nostra autonomia ma nell’ambito di un’alleanza. Mi auguro che il centrosinistra sappia portare avanti un’azione diplomatica per avere quei nomi e per accertare la verità». Anche Deiana del Prc sostiene di non voler fare «un processo alle intenzioni» agli americani su uno sgarbo al nuovo governo. Anche perché, ricorda, «Bush ha fatto il suo dovere diplomatico» con Prodi. La decisione di dare i nomi è «la conferma di un orientamento politico» particolarmente negativo perché «nel caso specifico si tratta di un Paese alleato e nei confronti del quale gli Stati Uniti hanno un grande debito di riconoscenza». Deiana spera che il governo «svolga tutte le iniziative per far luce sulla vicenda». Rizzo auspica invece il modello Spagna: «Zapatero ha saputo dimostrare che può essere autonomo dagli Stati Uniti e in Spagna non mi sembra ci sia stato nessun golpe e nessuno ha ucciso Zapatero».