Unione, guerra sul 2 giugno E il Prc blocca i caccia F-35

Emanuela Fontana

da Roma

Sarà una «paratina», una parata dimezzata, con il 45 per cento dei soldati in meno e senza aerei, a parte le Frecce Tricolori. Il governo Prodi sembra aver scelto questa strada di compromesso, il primo e probabilmente non ultimo, per non infastidire troppo l’ala radicale della coalizione e mantenere un appeal di governo moderato. Contro la parata del 2 giugno, una festa rivalorizzata dall’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si erano schierati ben tre partiti: Rifondazione, Verdi e Pdci.
Pochi minuti dopo il giuramento, sul neoministro della Difesa Arturo Parisi si erano già accumulate a tenaglia le prime tensioni all’interno della nuova maggioranza di centrosinistra. E Parisi si è affrettato a chiarire che la parata del 2 giugno «non si tocca». Ma l’organizzazione, in queste due settimane, verrà rivista per creare una versione meno fastosa dell’evento. Nessun aereo sorvolerà Roma, pare anche per motivi economici. Solo le Frecce Tricolori si esibiranno sull’Altare della patria e vi sarà un forte taglio dei reparti in uniforme storica e di quelli a cavallo, mentre gli altri saranno ridimensionati. Si tratta in parte di decisioni già prese in precedenza, dunque, ma sarebbe in corso un ulteriore tentativo di dimezzamento della sfilata di Roma da concordare da qui al 2 giugno.
Ieri è arrivato il «no» alla parata dal segretario di Rifondazione Comunista, Franco Giordano, a conferma che tutto il partito segue questa linea: «Abbiamo aderito all’appello di altre associazioni e la nostra cultura è contraria all’esibizione della forza militare. Sarebbe stato meglio non fare la parata del 2 giugno». Con Parisi si schiera invece il sottosegretario alla Difesa, il diessino Lorenzo Forcieri: «Sarebbe sbagliato sopprimerla, è una grande occasione d’incontro tra il popolo e le forze armate, un festa». Il presidente emerito Francesco Cossiga invece la vede diversamente: in questo momento, sostiene, la parata «dividerebbe il Paese».
Ma Parisi dovrà affrontare a breve richieste persino più complicate. È infatti partita una campagna antimilitarista, in Parlamento, sul quotidiano di rifondazione Liberazione e su alcuni siti di area antagonista per bloccare l’acquisto di 131 aerei d’attacco Jsf F-35. Il programma F-35 «Joint strike fighter» vede coinvolte, oltre agli Usa, altre otto nazioni: Regno Unito, Italia, Olanda, Turchia, Canada, Danimarca, Norvegia e Australia e prevede la costruzione di almeno 4.500 esemplari del nuovo velivolo d’attacco. Nel progetto sono direttamente coinvolte le aziende italiane Alenia Aeronautica, Avio (parte motoristica) e Galileo avionica. L’Italia ha già investito oltre un miliardo di euro.
Ma il neoministro Parisi deve fermare questa commessa: la campagna è stata lanciata da Liberazione, che ieri titolava: «Bloccare l’acquisto degli F-35, per la pace». La linea è appoggiata dal numero uno di Rifondazione alla Camera, Gennaro Migliore, che chiede a Prodi di imitare il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. «Una delle decisioni prese da Lula al momento del suo insediamento», ricorda Migliore, è stata «disdire la commessa per nuovi aerei da guerra precedentemente stipulata» e «stanziare quei soldi per il progetto “fame zero” e per altre finalità di politica sociale». È totalmente d’accordo anche Eletta Deiana, sempre di Rifondazione: «Tutto l’impianto deve essere ripensato alla luce di quello che nel programma dell’Unione c’è, ossia l’impegno a una politica volta a costruire ponti di pace». Il primo F-35 secondo i programmi dovrebbe spiccare il volo a settembre.
L’opposizione, intanto, ha subito individuato la difesa come uno dei punti di maggiore discordia all’interno dell’Unione: «C’è chi si scaglia contro la parata del 2 giugno - osserva Ignazio La Russa - e chi dice che è una cosa che voleva Ciampi e bisogna mantenerla».