Unione, il «listone» di Prodi dura un giorno

Parisi non si arrende: deve pronunciarsi l’assemblea del partito, come in maggio

Laura Cesaretti

da Roma

«Il ghiaccio si sta già richiudendo». Scuote la testa, il prodianissimo Andrea Papini, al quale il Professore ha affidato la regia del suo mitico programma di governo: «Eravamo faticosamente riusciti a fare il buco, per catturare la foca, ma il gelo è stato più rapido di noi. Ora non ci resta che tentare di tenerlo aperto...».
Nella metafora eschimese di Papini, la foca sarebbe l’idea parisiana di Ulivo che nasce dalla dissoluzione dei partiti, a cominciare dalla Margherita. L’effetto serra che ha sciolto il ghiaccio della resistenza partitica sarebbero le primarie, che hanno costretto Rutelli e Fassino ad imboccare la via del listone unitario. Ma prima che i prodiani riuscissero a infilare la fiocina nella guizzante foca ulivista, il pack ha rapidamente iniziato a risolidificarsi: Rutelli, con riflessi pronti e ottimi consiglieri, si è sottratto alla morsa e ha ottenuto l’effetto mediatico di apparire lui il primo sponsor, anzichè la vittima designata, di una svolta ulivista che prefiguri il «partito democratico», agitando davanti ai diessini lo spettro della fuoriuscita dal Pse per aizzarne le resistenze interne: «Niente diktat - tuonava ieri il capo delegazione ds a Strasburgo, Nicola Zingaretti - occorre anche avere rispetto per la realtà dell'organizzazione delle grandi famiglie politiche europee». Ma a rassicurarlo ci pensa il socialista Giuliano Amato: «Rutelli è stato molto saggio per come ha posto il problema: non come ultimatum ma come discussione aperta», con il lontano approdo di «quell'Internazionale democratica di cui Bill Clinton può essere il grande catalizzatore».
Poi, in saldo asse con Fassino che ha se possibile ancor meno intenzioni di lui di chiudere la propria bottega, Rutelli ha preso in mano il timone dell’operazione: saranno gli stati maggiori di Margherita e Ds a preparare le liste dei candidati, a gestire la campagna elettorale e a prefigurare il dopo (ad esempio, niente gruppi unici in Parlamento). Rischia dunque di finire come il listone alle Europee, all’indomani del quale ognuno è tornato nel proprio recinto, e «gli egoismi partitici torneranno a prevalere», come paventano i prodiani, non fidandosi punto di Rutelli ma non potendo neppure fargli guerra ora che lui offre il listone ulivista. Dunque i parisiani cercano di tenere «aperto il buco», e oggi in direzione tenteranno di incalzare il leader della Margherita, per fargli ammettere di aver fatto dietrofront: «Nel nostro partito - spiega Parisi - l'Assemblea federale è l'organo che ha lo stesso potere che in altri partiti hanno i congressi e il rilievo della scelta fatta è tale, che mi sembra inevitabile che sia l'Assemblea a renderla solenne. A maggio fu lo stesso organismo a sancire una linea radicalmente diversa».
I ds intanto si occupano di rassicurare Prodi: certo, la soluzione «più coerente è il gruppo unico», dice Chiti, e va evitato «che ci possano essere gruppi separati, dopo questa richiesta di unità da parte dell'elettorato delle primarie». Ergo, «si vedrà come potersi federare dopo il voto». Ma federazione e fusione sono come è noto cose ben diverse, e comunque il tutto è rinviato al dopo voto. Per ora, si apre un ennesimo «cantiere» nel centrosinistra, come spiega Fassino, «per la costruzione di un soggetto politico riformista o democratico». L'importante è che «sia chiaro che vogliamo dare vita a una grande forza che, per ruolo, consistenza elettorale e radicamento sociale, assolva la stessa funzione cui assolvono i grandi partiti riformisti-progressisti degli altri Paesi europei».