Unione ostaggio di un manipolo di parlamentari

Arturo Gismondi

Gli inviti a riflettere sulle comuni responsabilità dopo il voto rivolti da Berlusconi a quelli che Mario Sechi chiama «gli irriducibili dello zero virgola» hanno suscitato, in Romano Prodi e nei suoi fidi dell’estrema sinistra, un coro negativo. Era del tutto prevedibile, e il giornale di Rifondazione ne ha offerto a suo tempo una lettura titolando: «Prodi e Bertinotti, no e basta». A esprimersi in verità non sono stati soltanto loro, ma è quel che conta. Torna, come all’inizio della campagna elettorale, quando si parlava di Prodinotti, la cifra reale di una alleanza obbligata a questo punto a stringere le file, se non altro per il rischio di perdersi qualche pezzo per strada. E del resto, se una alleanza è tenuta insieme dall’imperativo di por fine alla presenza di Berlusconi sulla scena politica d’ora in poi, essendosi fatta quella presenza vieppiù forte, non potrà che alzare mura e scavare fossati a qualsiasi novità proveniente da quella parte. Sia anche, quella parte, la metà dal Paese, che è anche la parte più moderna, produttiva, difficile da ignorare per chi intenda seguire, come afferma in realtà con pochezza di argomenti, la via dello sviluppo.
Di questi argomenti si discuteva in una serata dedicata al dopo-voto, a Ballarò. E a Paolo Mieli, al quale il conduttore aveva rivolto una domanda diretta sugli attuali equilibri dell’Unione, se rispondessero cioè alle necessità dell’Italia, il direttore del Corriere rispondeva altrettanto chiaramente che la situazione attuale non è la migliore possibile. Dichiarazione sorprendente da parte di chi, fattosi portavoce di quella parte del potere finanziario-bancario-editoriale che ha scelto apertis verbis di schierarsi per la coalizione capeggiata da Prodi. Ma lasciamo stare ove stanno, e forse resteranno, le contraddizioni del gruppo di testa del fronte che una volta la sinistra definiva, con una punta di disprezzo, padronale. Del resto Berlusconi aveva fatto esplodere queste contraddizioni nella sala del convegno di Confindustria a Vicenza, prima che nelle urne. L’aggravante che ci consegna il risultato elettorale fin qui acquisito è che Prodi sarà sempre di più prigioniero di un’area radicale che in termini di voti, e di seggi, rappresenta oggi una forza ancora più consistente del previsto. Ed è questa una contraddizione dalla quale Prodi non riuscirà a districarsi, è il suo dramma e quello dell’Italia.
La situazione del Parlamento appena eletto non potrebbe essere meno propizia a chi propugna riforme volte a modernizzare la società italiana. Alla vigilia del voto, ad esempio, Montezemolo ha raccomandato di non togliere all’occupazione, e alle imprese il beneficio di poter contare sulla legge Biagi. Ma è proprio questo, liquidare la legge Biagi, che si è affrettato a chiedere per prima cosa Epifani. E lo aveva chiesto, in verità, con Bertinotti, anche durante la campagna elettorale. La situazione è tale che gli oltre 40 senatori da Rifondazione ai Verdi ai seguaci di Diliberto eletti dalla sinistra alternativa si faranno sentire a Palazzo Madama, ove la futuribile maggioranza potrà contare su pochissimi voti. E si faranno sentire, a Montecitorio, gli oltre 70 deputati appartenenti allo stesso schieramento. Che sono in grado di annullare o di bilanciare il premio di maggioranza che dovrebbe assicurare l’esistenza del governo, per ora solo futuribile. Al rafforzamento della sinistra estrema corrisponde, peraltro, la prova mediocre della sinistra che ama definirsi riformista, i Ds e Margherita. I Ds hanno già ceduto al Senato, ove si sono contati, un discreto pacchetto di voti a Diliberto e Bertinotti, perfino a Di Pietro. Sotto ogni profilo, dunque, il risultato complessivo ottenuto dall’Unione è grave per chi sia convinto che la società italiana abbia bisogno di spinte al rinnovamento e alla modernizzazione. Anche perché la Margherita, che si propone come un ancoraggio centrista e moderato, col suo 10 per cento dei voti è ormai una minoranza che stenterà a farsi sentire, ammesso che voglia farlo.
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