Un’Unione di pessimismo

C’è un aspetto della campagna elettorale per le elezioni di domenica che può sfuggire a un osservatore distratto: non siamo di fronte tanto al classico scontro tra centrodestra e centrosinistra, quanto a una tenzone tra ottimisti e catastrofisti, tra chi vuole lavorare per una Milano sempre più bella ed efficiente e chi tende a criticare tutto, a lamentarsi di tutto e a denigrare tutto quanto è stato fatto in una specie di parossismo masochista. Da una parte, cioè, abbiamo una Letizia Moratti e una Casa delle Libertà che valorizzano le molte importanti realizzazioni degli ultimi nove anni e propongono sempre nuove migliorie in uno spirito costruttivo; dall'altra, abbiamo un Bruno Ferrante e una Unione che, con l'appoggio della loro corte di boriosi intellettuali e giornalisti radical-chic, criticano invece di proporre, denunciano invece di pensare in positivo, denigrano anziché apprezzare quanto è stato fatto.
Entro certo limiti, è accettabile che in una campagna elettorale la maggioranza metta in evidenza i risultati della propria amministrazione e l'opposizione li neghi, ma qui si esagera; certi (troppi) esponenti del centrosinistra vogliono farci credere che viviamo nel Terzo mondo. Così, ci si lamenta in continuazione della scarsità di verde, quando basta confrontare le vecchie piante della città con quelle nuove per costatare che durante i due mandati di Gabriele Albertini questo è quasi raddoppiato. Si piange sulla mancanza di sicurezza, senza tenere alcun conto che negli ultimi anni (e con l'eccezione di qualche reato) la criminalità in città è diminuita; si deplora la presunta mancanza di un «grande progetto» per la città, dimenticando che sono in via di realizzazione ben tre progetti urbanistici di grandissimo respiro che ne cambieranno letteralmente il volto. Siamo, cioè, a una sfida tra la cultura del fare e la cultura del lamento.
Nei programmi e nelle parole di Letizia Moratti troviamo una continua, forte attenzione ai nuovi progetti, in quelle del suo sfidante una insistente vena di disfattismo. È vero che i cittadini milanesi tendono a essere ipercritici di quanto accade nella loro città e hanno l'abitudine di dare vita a innumerevoli comitati e comitatini, di zona, di quartiere o addirittura di isolato, per lamentarsi di ciò che non gli piace e che trovano facile udienza nei media. Per questi vale più che mai la vecchia regola giornalistica, secondo cui se si apre un buco in una strada fa notizia, se il buco viene colmato no. Ma un conto è denunciare le magagne, un altro è affidarsi per porre loro rimedio a chi parte sempre da posizioni negative.
Chi si appresta a recarsi alle urne farà bene a tenere conto di questa differenza di approccio: se vuole una amministrazione con i piedi per terra, che affronta i problemi, sarà bene che guardi alla Casa delle Libertà; se ne vuole una che parta dal presupposto (sbagliato) che Milano è malata, e che comincerà a disfare quanto non le piace della gestione precedente, guardi pure alla parte avversa.