Unione, le primarie non finiscono mai Bertinotti: ai voti anche il programma

Il leader del Prc risponde all’attivismo di Rutelli: sui contenuti decidano gli elettori

da Roma

L’idea gli frulla in testa da tempo, tanto da anticiparla in un’intervista al Giornale di un anno fa. Ben prima che si facessero strada le primarie prodiane e la sua candidatura alternativa. Fausto Bertinotti non ha mai rinunciato alle «primarie per il programma», che considera la via maestra del metodo partecipativo e democratico, oltre che una piattaforma necessaria ad allargare i confini del partito a un’intera area, sull’esempio della «Sinistra europea». Al recente congresso di Atene, dove è stato riconfermato presidente di «Se», Bertinotti ha persino provato a togliere la parola «socialista» dal documento finale, ritenendo che oggi «per sostenere certe politiche basta essere uomini liberi». È lo stesso motivo per il quale esclude le operazioni di assemblaggio dei partiti della sinistra in una lista «Arcobaleno».
Dell’ambizioso progetto di «Sinistra europea», le primarie sul programma costituiscono un’idea cardine. Tanto più che anche Prodi le vede di buon occhio, per tenere unita una coalizione così eterogenea. Ieri Bertinotti ne ha chiarito la cornice. «I dissensi si compongono nella democrazia - ha detto - e sono disposto a rinunciare a far valere le mie posizioni, se si decidono regole programmatiche per il programma...». Una linea che più governativa non si potrebbe, considerato che «se ogni partito eleggesse a bandiera irrinunciabile un proprio obbiettivo programmatico, metterebbe in discussione l’unitarietà della coalizione». Strappi ciclici di Rutelli e, dall’altroieri, l’arrivo dei Radical-socialisti nell’Unione pongono la questione all’ordine del giorno. Come si risolve? Dice Bertinotti, «con la democrazia partecipata: se penso che si debba abrogare la legge Biagi e un mio compagno di viaggio pensa che vada solo modificata, facciamo una discussione di merito per capire la differenza reale tra le due cose, ma nel caso non si trovi un accordo, lasciamo decidere la platea, la più larga possibile...».
Riguardo agli strumenti, non c’è che l’imbarazzo della scelta, «nell’era elettronica e informatica». L’importante resta non soggiacere a una concezione dell’unità «come omologazione, riduzione a uno, usata come clava nei confronti del dissidente». Bertinotti resta fedele all’«altra idea, affermata nelle lotte sindacali degli anni Settanta, che significa articolazione delle posizioni, rispetto reciproco e valorizzazione delle differenze...». Ma nell’angusto panorama italiano il programma, come dice D’Alema, è pur tuttavia quella cosa «che tutti chiedono quando non c’è e che nessuno legge quando c’è». Dunque la proposta bertinottiana va vista anche in una chiave di riequilibrio rispetto al super-attivismo centrista. Rifondazione non potrà accontentarsi di logiche spartitorie sulle poltrone ministeriali. Anche se le pressioni, in questo senso, sono molte. E ogni qual volta Bertinotti parla di temi attinenti - per esempio, recentemente, dell’importanza di ministeri quali gli Esteri o la Cultura - gli è stata attribuita un’autocandidatura. Per questo ieri il leader rifondatore ha tenuto a smentire di voler fare il ministro o il presidente della Camera. «Ho già detto il mio “no” a una eventuale esperienza di governo e visto che non posso dire “no” a qualsiasi cosa, dico semplicemente che non mi candido - ha affermato -. Non sono candidato a nulla, hic manebimus optime...». Riguardo all’incarico ministeriale, ha spiegato, «ho detto “no” perché credo che il governo richieda una energia psicofisica e uno sforzo che non si può fare a 65 anni. Alla mia età si possono fare attività politiche, ma non il ministro». È il primo caso in Italia di un politico che rifiuta una (potenziale) poltrona perché «non ho l’età». Arduo attendersi che l’esempio faccia proseliti.