UNIONE IN ROSSO

Nel fare un bilancio della politica economica messa in atto in sei mesi dal governo Prodi viene in mente Totò quando diceva che ...«è la somma che fa il totale». Al contrario, infatti, nei conti del presidente del Consiglio e del suo ministro dell'Economia «la somma... non fa il totale». È vero che nei numeri totali della loro manovra sembra che abbiano riportato una vittoria «aritmetica». Se però si guardano bene gli addendi Prodi e Padoa-Schioppa hanno palesemente perso nei contenuti economici e politici.
Hanno vinto nei numeri totali perché alla fine l'entità complessiva della manovra è pari a circa 45 miliardi di euro (tra decreto Visco-Bersani e legge finanziaria), come annunciato sin dall'inizio. Hanno però perso nei contenuti economici e politici perché con la Finanziaria rastrellano 35 miliardi di tasse, li concentrano nei portafogli di 12 ministri che poi li disperderanno a pioggia in mille e mille prebende e mancette varie. Con il risultato che la ripresa economica verrà bloccata, l'equità sociale verrà ridotta ed il risanamento finanziario, se ci sarà, sarà dovuto al buon andamento dei conti pubblici del 2006 conseguente al boom di entrate attivato dal governo precedente. Il presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di fine anno, ha detto che in pochi mesi il suo governo è riuscito a far «svoltare» l'Italia. È vero. Egli però non ha precisato la direzione. Infatti, la svolta ci sarà ma... in peggio e verso il basso.
A ben vedere, tutto si è basato su un vero e proprio «peccato originale». Il ministro «tecnico», Padoa-Schioppa, è partito da una verifica dei conti (la due diligence fatta dalla commissione Faini) che è stata «politica più che tecnica». Quella verifica infatti fu tutta tesa a dimostrare che il precedente governo aveva lasciato i conti pubblici allo sbando ed una situazione economica in crisi irreversibile. Su quella base il ministro dell'Economia è stato indotto a luglio a parlare della necessità di una manovra di 45 miliardi di euro, 30 per tagliare il deficit pubblico «lasciato allo sbando dal centrodestra» e 15 per «rilanciare lo sviluppo e fare l'equità».
La verità invece è che «diagnosi, prognosi e terapia» del ministro «tecnico» si sono basate su una «analisi clinico-politica» clamorosamente sbagliata. I dati corretti dimostrano invece che non solo non c'era lo sfascio dei conti pubblici e l'economia era in ripresa, ma è addirittura emersa la sorpresa positiva di un aumento delle entrate superiore al previsto di circa 38 miliardi in più rispetto al 2005. Ecco allora perché lo stesso ministro dell'Economia è stato costretto, in settembre, a dire che per rispettare i parametri europei bastavano solo 15 miliardi di euro e non 30 come aveva scritto a luglio. Ma molti, anche nella sua maggioranza, sostengono oggi a ragione che forse ne sarebbero bastati addirittura 10 o anche meno. E comunque c'è da chiedersi perché, dai 15 miliardi necessari a tagliare il deficit la manovra è arrivata ad oltre 43 miliardi.
È proprio qui che il ministro dell'Economia ha perso sul piano del contenuto, sia in termini di analisi economica che di visione politica. Padoa-Schioppa è un illustre e stimato economista e sa perfettamente che se si aumentano le tasse e si riduce il reddito disponibile delle famiglie e delle imprese si riducono i consumi e gli investimenti e si riduce il tasso di sviluppo dell'economia. Con onestà lo ha detto e scritto lui stesso nel Dpef di luglio quando ha stimato nel meno 0,3% l'effetto della sua Finanziaria sulla crescita italiana del 2007. Tutte le altre stime però indicano un meno 0,5-0,7%. Inoltre, come economista egli è sempre stato un convinto riformista e non certo un estremista di sinistra propugnatore di un aumento del peso dello Stato in economia che, sempre con la sua Finanziaria, aumenta in un anno solo di oltre due punti di Pil.
Allora, la sconfitta sul piano dei contenuti sta nel fatto che la manovra passa da 15 a 42 miliardi, non perché abbia un contenuto rigoroso da legge finanziaria, ma perché mira a realizzare un'operazione di «potere politico» che non c'entra niente con i parametri europei da rispettare e purtroppo c'entra molto con gli effetti negativi che produrrà sull'economia italiana. Lo spostamento di potere a favore dello Stato si concretizza in circa 35 miliardi di euro che «escono» dai portafogli dei lavoratori, delle famiglie, delle imprese per maggiori tasse ed «entrano» nei portafogli di dodici ministeri per aumentare la spesa pubblica a discrezione di dodici ministri. Soltanto 10 miliardi (e forse meno) andranno infatti a tagliare il deficit.
Questa operazione ha una evidente ragione politica. Ogni partito della variegata maggioranza ha un ministero e ogni ministro, in nome e per conto del proprio partito, ha voluto un pingue portafoglio da spendere per coltivare l'orticello del proprio consenso disperdendo a pioggia le risorse in totale assenza di un qualunque benché minimo progetto strategico per il Paese.
Per ora solo Rifondazione comunista e pochi altri dentro la maggioranza rivendicano tutto questo come un loro risultato positivo proprio perché la sinistra estrema persegue l'obiettivo di avere più Stato e meno cittadini, meno mercato, meno imprese, meno famiglie, sia nell'economia che nella società civile. È chiaro però che questo non può essere l'obiettivo di quei moderati riformisti che si rifanno a ben altre culture sia economiche, sia politiche, sia sociali, sia civili. E Prodi e Padoa-Schioppa nel passato hanno rivendicato come loro queste radici riformiste e non certo quelle dei massimalisti della sinistra alternativa.
Che il centrosinistra fosse una coalizione eterogenea con profondi dissensi interni su temi fondamentali era cosa nota a tutti sin dalla campagna elettorale. Ma passare in pochi mesi dall'accusa elettoralistica al governo Berlusconi di aver fatto «leggi ad personam» all'approvazione in Parlamento di 1367 «commi ad personam», fatti per distribuire pioggerelle di sostegni e prebende a questo o a quell'amico, organizzazione, settore, società, cooperativa è troppo anche per gli stessi elettori del centrosinistra, specie umana che appare quasi in via di estinzione nelle strade e nelle piazze d'Italia. E quando è emerso il caso clamoroso del comma «Fuda-Zanda-Anci ed altri», più che una coalizione eterogenea e divisa, la maggioranza è apparsa come una vera e propria Armata Brancaleone.
www.mariobaldassarri.it
*Senatore